Home page >> Poesie italiane > Giacomo Leopardi: Canto notturno di un pastore errante dell'Asia

CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE DELL’ASIA
Giacomo Leopardi

  1. Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
  2. Silenziosa luna?
  3. Sorgi la sera, e vai,
  4. Contemplando i deserti; indi ti posi.
  5. Ancor non sei tu paga
  6. Di riandare i sempiterni calli?
  7. Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
  8. Di mirar queste valli?
  9. Somiglia alla tua vita
  10. La vita del pastore.
  11. Sorge in sul primo albore;
  12. Move la greggia oltre pel campo, e vede
  13. Greggi, fontane ed erbe;
  14. Poi stanco si riposa in su la sera:
  15. Altro mai non ispera.
  16. Dimmi, o luna: a che vale
  17. Al pastor la sua vita,
  18. La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
  19. Questo vagar mio breve,
  20. Il tuo corso immortale?
  21. Vecchierel bianco, infermo,
  22. Mezzo vestito e scalzo,
  23. Con gravissimo fascio in su le spalle,
  24. Per montagna e per valle,
  25. Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
  26. Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
  27. L'ora, e quando poi gela,
  28. Corre via, corre, anela,
  29. Varca torrenti e stagni,
  30. Cade, risorge, e più e più s'affretta,
  31. Senza posa o ristoro,
  32. Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
  33. Colà dove la via
  34. E dove il tanto affaticar fu volto:
  35. Abisso orrido, immenso,
  36. Ov'ei precipitando, il tutto obblia.
  37. Vergine luna, tale
  38. È la vita mortale.
  39. Nasce l'uomo a fatica,
  40. Ed è rischio di morte il nascimento.
  41. Prova pena e tormento
  42. Per prima cosa; e in sul principio stesso
  43. La madre e il genitore
  44. Il prende a consolar dell'esser nato.
  45. Poi che crescendo viene,
  46. L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre
  47. Con atti e con parole
  48. Studiasi fargli core,
  49. E consolarlo dell'umano stato:
  50. Altro ufficio più grato
  51. Non si fa da parenti alla lor prole.
  52. Ma perché dare al sole,
  53. Perché reggere in vita
  54. Chi poi di quella consolar convenga?
  55. Se la vita è sventura
  56. Perché da noi si dura?
  57. Intatta luna, tale
  58. E` lo stato mortale.
  59. Ma tu mortal non sei,
  60. E forse del mio dir poco ti cale.
  61. Pur tu, solinga, eterna peregrina,
  62. Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
  63. Questo viver terreno,
  64. Il patir nostro, il sospirar, che sia;
  65. Che sia questo morir, questo supremo
  66. Scolorar del sembiante,
  67. E perir dalla terra, e venir meno
  68. Ad ogni usata, amante compagnia.
  69. E tu certo comprendi
  70. Il perché delle cose, e vedi il frutto
  71. Del mattin, della sera,
  72. Del tacito, infinito andar del tempo.
  73. Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
  74. Rida la primavera,
  75. A chi giovi l'ardore, e che procacci
  76. Il verno co' suoi ghiacci.
  77. Mille cose sai tu, mille discopri,
  78. Che son celate al semplice pastore.
  79. Spesso quand'io ti miro
  80. Star così muta in sul deserto piano,
  81. Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
  82. Ovver con la mia greggia
  83. Seguirmi viaggiando a mano a mano;
  84. E quando miro in cielo arder le stelle;
  85. Dico fra me pensando:
  86. A che tante facelle?
  87. Che fa l'aria infinita, e quel profondo
  88. Infinito seren? che vuol dir questa
  89. Solitudine immensa? ed io che sono?
  90. Così meco ragiono: e della stanza
  91. Smisurata e superba,
  92. E dell'innumerabile famiglia;
  93. Poi di tanto adoprar, di tanti moti
  94. D'ogni celeste, ogni terrena cosa,
  95. Girando senza posa,
  96. Per tornar sempre là donde son mosse;
  97. Uso alcuno, alcun frutto
  98. Indovinar non so. Ma tu per certo,
  99. Giovinetta immortal, conosci il tutto.
  100. Questo io conosco e sento,
  101. Che degli eterni giri,
  102. Che dell'esser mio frale,
  103. Qualche bene o contento
  104. Avrà fors'altri; a me la vita è male.
  105. O greggia mia che posi , oh te beata,
  106. Che la miseria tua, credo, non sai!
  107. Quanta invidia ti porto!
  108. Non sol perché d'affanno
  109. Quasi libera vai;
  110. Ch'ogni stento, ogni danno,
  111. Ogni estremo timor subito scordi;
  112. Ma più perché giammai tedio non provi.
  113. Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,
  114. Tu se' queta e contenta;
  115. E gran parte dell'anno
  116. Senza noia consumi in quello stato.
  117. Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,
  118. E un fastidio m'ingombra
  119. La mente, ed uno spron quasi mi punge
  120. Sì che, sedendo, più che mai son lunge
  121. Da trovar pace o loco.
  122. E pur nulla non bramo,
  123. E non ho fino a qui cagion di pianto.
  124. Quel che tu goda o quanto,
  125. Non so già dir; ma fortunata sei.
  126. Ed io godo ancor poco,
  127. O greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
  128. Se tu parlar sapessi, io chiederei:
  129. Dimmi: perché giacendo
  130. A bell'agio, ozioso,
  131. S'appaga ogni animale;
  132. Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?
  133. Forse s'avess'io l'ale
  134. Da volar su le nubi,
  135. E noverar le stelle ad una ad una,
  136. O come il tuono errar di giogo in giogo,
  137. Più felice sarei, dolce mia greggia,
  138. Più felice sarei, candida luna.
  139. O forse erra dal vero,
  140. Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:
  141. Forse in qual forma, in quale
  142. Stato che sia, dentro covile o cuna,
  143. È funesto a chi nasce il dì natale.

Che fai tu luna in ciel! dimmi che fai, o luna amica del silenzio (silenziosa – sia riferito all’assoluto silenzio del paesaggio notturno, sia alla consapevolezza del pastore che la luna non risponderà alle sue domande)?
Spunti (sorgi) la sera e vai illuminando i deserti,  quindi tramonti (indi ti posi) non sei ancora soddisfatta (paga) di ripercorrere gli eterni sentieri del cielo (i sempiterni calli)?. Non provi affatto noia (non prendi a schivo - litote), sei ancora desiderosa (vaga) di contemplare [dall’alto] queste terre? La vita del pastore è simile alla tua [il confronto tra la vita del pastore e della luna è costruito sulla base di una corrispondenza di verbi: vedi sorgi/sorge vv.3/11; vai/move vv.3/12; contemplando i deserti/vede greggi vv.4/12-13; indi ti posi/poi stanco si riposa vv.4/14].
Si alza (sorge) alle prime luci dell’alba e spinge (move) il gregge oltre il suo campo, per vedere altri greggi, altre sorgenti (fontane), altri prati (erbe); infine stanco si riposa al sopraggiungere della sera (in su la sera): non spera di vedere mai cose diverse [non si aspetta alcun cambiamento].
Dimmi o luna, che significato ha la vita del pastore, e la vostra vita per voi [gli astri] (Al pastor…a voi - chiasmo)? dimmi: dove è destinato questo mio breve vagare e il tuo percorso immortale?

Vecchio coi capelli bianchi [una lunga allegoria occupa l’intera strofa in cui la vita umana è paragonata ad una corsa di un vecchio stanco e malato che finisce con una caduta in un abisso dove dimentica tutto], debole, mal vestito e scalzo (bianco, infermo/mezzo vestito e scalzo - climax), con un pesantissimo (gravissimo) fardello sulle spalle, attraverso le montagne e le valli, attraverso sassi sporgenti (acuti), sabbia in cui si sprofonda (alta rena) e cespugli (fratte vv.24/25 climax), con il vento, con la tempesta, sia quando la stagione (l’ora) è torrida (avvampa – d’estate), sia quando tutto è gelo (gela – d’inverno – vv.26/27 climax), corre via, corre, respira affannosamente, attraversa (corre via, corre, anela/varca - climax) torrenti e paludi, cade, si rialza (risorge - v.30 climax), e più si affretta senza mai un attimo di riposo o di tregua (senza posa o ristoro), lacero, sanguinante; fino a quando arriva nel luogo (colà) dove tutte le sue fatiche furono indirizzate, orrido abisso, smisurato, nel quale, precipitando, dimentica (obblia) ogni cosa [il punto d’arrivo della vita umana è l’abisso della morte che cancella per sempre ogni ricordo].
Vergine [vergine perché miticamente personificata in Artemide-Diana, la vergine cacciatrice ed anche perché estranea alle vicende umane] Luna, questa (tale) è la vita degli uomini [tale/mortale = rima baciata].

L’uomo nasce con dolore (a fatica), e già alla nascita rischia di morire. Per prima cosa prova angoscia e sofferenza [il pianto del bambino appena nato viene interpretato come dimostrazione di pena e tormento]; e subito (in sul pricipio stesso) la madre e il padre cominciano (il prende) a consolarlo per essere nato.
Poi man mano che cresce, i genitori lo aiutano (il sostiene) e di continuo (via pur sempre), con azioni e parole, si sforzano (studiasi) di fargli coraggio (fargli core), e di consolarlo del fatto di essere uomo (dell’umano stato): da parte dei genitori (parenti - latinismo) non viene fatto ai loro figli altro compito (ufficio) più gradito di questo.
Ma perché far nascere (dare al sole – sta per: dare alla luce), perché mantenere poi in vita chi bisogna (convenga = sia necessario) consolare? Se la vita è dolore e sofferenza (sventura), perché si sopporta (si dura)?
Intatta [al v.37 la luna viene definita vergine e qui intatta, dando lo stesso significato di “non toccata dalle vicende umane”] Luna, questa (tale riprende la stessa chiusa della strofa precedente) è la condizione degli uomini.
Ma tu non sei mortale e forse poco ti importa (ti cale) delle mie parole.

Eppure tu, solitaria (solinga), eterna viandante del cielo (peregrina), che sei così pensierosa [la luna appare al pastore come una creatura umana assorta nei suoi pensieri], tu forse [l’elemento dubitativo sottolinea il relativismo di ogni intuizione del pastore] capisci che cosa sia questa vita terrena, le nostre sofferenze, i sospiri, che cosa sia questo morire, questo estremo impallidimento (supremo scolorare) del viso (del sembiante: Leopardi allude al biancore della morte), questo scomparire (perir) della terra, e abbandonare (venir meno) le persone amate che ci hanno fatto a lungo compagnia (ad ogni usata, amante compagnia).
Anche tu certamente comprendi il perché delle cose, e vedi l’utilità (il frutto – lo scopo del fluire dei giorni) del mattino, della sera, del silenzioso incessante trascorrere del tempo.
Tu sai, certamente, a qual suo dolce amante sorrida la primavera [ogni anno la natura si fa bella come una fanciulla per piacere al suo innammorato], a chi sia d’aiuto il caldo, e che cosa procuri l’inverno (il verno) con i suoi ghiacciai.
Tu conosci mille cose, ne riscopri altrettante, che sono nascoste al semplice pastore.
Spesso quando io ti guardo (ti miro) mentre stai silenziosa (così muta – il silenzio ricorre come elemento che connota l’indifferenza o il disinteresse della luna per le situazioni umane) sulla pianura deserta che, all’orizzonte estremo (in suo giro lontano), confina con il cielo; oppure mentre mi segui passo a passo (a mano a mano) me e il mio gregge; e quando guardo in cielo luccicare (arder) le stelle; dico pensando fra me: che fanno tante stelle (facelle – da fiamma, voce dantesca)? che cosa fa lo spazio senza fine del cielo (l’aria infinita) e l’immensa volta celeste (quel profondo infinito seren)? Che cosa significa questa immensità [dell’universo] in cui l’uomo è solo (solitudine immensa)? E io che cosa sono?
Così penso tra me e me (meco ragiono): e non so indovinare alcun senso (uso) e alcuno scopo (frutto – v.97 chiasmo), sia della vita dell’universo così vasto e così grandioso (stanza smisurata e superba), sia degli innumerevoli esseri che vi abitano (innumerabile famiglia); e neppure il senso e lo scopo di tanto affaccendarsi (tanto adoprar), e dei numerosi movimenti (tanti moti) degli astri e delle cose terrene che girando senza posa ritornano poi al punto di partenza (là donde son mosse). Ma tu sicuramente [la luna ha una conoscenza superiore che le permette di conoscere il mistero dell’universo], immortale giovinetta (giovinetta immortal – come ai vv. 37 e 57 in cui veniva definita “Vergine luna” e “Intatta luna”), conosci già il tutto. Questo soltanto io so e  capisco, che dell’eterno movimento degli astri (eterni giri) e della mia fragile (frale = fragile, effimero) esistenza qualche utilità e gioia l’avrà forse qualcun altro (altri);  per me la vita è una condizione di dolore (male).

[Il pastore adesso si rivolge al suo gregge e non più alla luna] O gregge mia che riposi (posi – che stai sdraiata), o te beata che, credo non conosci la tua miseria!
Quanta invidia provo verso di te (ti porto)! Non solamente perché soffri pochi dolori; che ogni fatica, ogni danno, ogni paura per quanto grande (estremo timor), dimentichi subito; ma soprattutto (ma più) perché non sai che cosa sia la noia (tedio).
Quando stai sdraiata (tu siedi) all’ ombra, sul prato, sei tranquilla e contenta; e gran parte della tua esistenza trascorri così senza provare noia.

Anche io sto seduto sul prato, all’ombra, e  un pensiero mi opprime (m’ingombra) la mente, e una irrequietezza (uno spron) quasi mi rode, così che, pur stando sdraiato, sono più che mai lontano dal trovare pace o riposo (loco).
Eppure non desidero nulla (nulla non bramo), e non ho per il momento (fino a qui), alcun vero motivo (cagion) di lamentarmi.
Io non so ripetere quanto tu gioisca; ma certamente sei fortunata.
Anch’io godo pochi piaceri, o gregge mia, ma non mi lamento solamente di questo [ma di essere afflitto anche dalla noia].
Se tu sapessi parlare, io ti chiederei: dimmi: perché riposando nell’ozio ogni animale è contento, invece, se io giaccio comodamente (a bell’agio) vengo assalito dalla noia (tedio = qui, noia esistenziale)?

Forse, se io avessi le ali (ale – se fossi un uccello) e potessi volare sopra le nubi, e contare (noverar) le stelle ad una ad una, oppure potessi errare come il tuono di vetta in vetta (di giogo in giogo), sarei più felice (più felice sarei - anafora), dolce mio gregge, sarei più contento, candida [sempre nello stesso senso per cui l’ha già definita vergine e intatta] Luna . O forse il mio pensiero si allontana dalla verità (erra dal vero), quando guarda alla condizione altrui: forse in qualsiasi aspetto (forma), in qualunque condizione  (stato), sia dentro una tana (covile) o una culla (cuna) , il giorno della nascita (il dì natale) è causa di dolori e di lutti (funesto). [forse anche così nulla cambierebbe perché sia l’uomo che l’animale possono provare il male di vivere. Nel verso di chiusura non si intravede nessuna speranza]

Commento: Il “Canto notturno di un pastore errante dell’ Asia” è stato composto a Recanati nel 1830. L’idea del canto fu suggerita al poeta dalla lettura di un passo di un articolo riportato su una rivista (Journal des Savants). Nell’ articolo si legge che "alcuni pastori nomadi dell’Asia Centrale sono soliti trascorrere le notti all’aperto e seduti su una pietra rivolgono delle parole malinconiche alla Luna".
La lirica consiste in un lungo monologo di un essere umano (il pastore) che si rivolge direttamente alla luna. Nel canto il pastore errante pone diverse domande alla luna sulla vita e sull’ esistenza dell’ essere umano. Leopardi sceglie di servirsi della semplice ed ingenua voce di un pastore, ritenendo quest’ultimo meglio di altri adatto ad interpretare l’ansia di conoscenza comune a tutti gli uomini e le domande che egli pone sono le domande che tutti gli uomini si portano dentro.
Nel canto la luna ha un ruolo centrale e assurge a simbolo del trascendente, cioè di quella forza misteriosa che regge le sorti dell’intero Universo e degli esseri viventi. E’ la confidente del pastore, raccoglie i suoi dubbi e le sue preoccupazioni, sembra essere una presenza consolatrice anche se non può (o non vuole) dare risposte alle domande che le vengono rivolte.
Questo canto mette in risalto la teoria del pessimismo cosmico.
Secondo Leopardi la natura è una matrigna. L’uomo nasce al solo scopo di morire perché l’ esistenza è un ciclo continuo di distruzione della materia. L’uomo (anzi l’essere vivente, uomini e animali) è nato per soffrire, vittima di una natura e di una forza superiore del tutto indifferente al suo dramma. L’infelicità umana è una realtà concreta che domina l’ universo. Anche questo aspetto è messo in evidenza nel canto perché il pastore nel silenzio non riesce ad essere tranquillo ma è dominato dalla paura e dall’ insicurezza.
Si contrappone alla natura la ragione come efficiente strumento conoscitivo capace di svelare le contraddizioni del reale. La ragione non conduce alla felicità, rende l’uomo consapevole della propria condizione e lo libera da false credenze. L’uomo ha una sua dignità e deve saper prendere atto con fierezza della sua triste condizione ed accettarla, visto che cambiarla è impossibile.
Forma metrica: Canzone libera articolata in sei strofe libere di varia lunghezza (endecasillabi e settenari). Le rime sono libere anche se ciascuna strofa si conclude con una identica rima finale che termina in "ale".
L’andamento e il tono della lirica ricordano una litania. Il linguaggio, a differenza che in altri canti, è quasi spoglio, sobrio e semplice, in armonia e consono al livello del semplice pastore. Tuttavia spesso viene dato spazio anche ad un profondo e commosso lirismo.
La lirica è densa di molte rime interne e assonanze, iterazioni lessicali, allitterazioni.

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