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ALLA SUA DONNA
Giacomo Leopardi

  1. Cara beltà che amore
  2. Lunge m’inspiri o nascondendo il viso,
  3. Fuor se nel sonno il core
  4. Ombra diva mi scuoti,
  5. O ne’ campi ove splenda
  6. Più vago il giorno e di natura il riso;
  7. Forse tu l’innocente
  8. Secol beasti che dall’oro a nome,
  9. Or leve intra la gente
  10. Anima voli o te la sorte avara
  11. Ch’a noi t’asconde, agli avvenir prepara?
  12. Viva mirarti omai
  13. Nulla spene m’avanza;
  14. S’allor non fosse, allor che ignudo e solo
  15. Per novo calle a peregrina stanza
  16. Verrà lo spirto mio. Già sul novello
  17. Aprir di mia giornata incerta e bruna,
  18. Te viatrice in questo arido suolo
  19. Io mi pensai. Ma non è cosa in terra
  20. Che ti somigli; e s’anco pari alcuna
  21. Ti fosse al volto, agli atti, alla favella
  22. Saria, così conforme, assai men bella.
  23. Fra cotanto dolore
  24. Quanto all’umana età propose il fato,
  25. Se vera e quale il mio pensier ti pinge,
  26. Alcun t’amasse in terra, a lui pur fora
  27. Questo viver beato:
  28. E ben chiaro vegg’io siccome ancora
  29. Seguir loda e virtù qual ne’ prim’anni
  30. L’amor tuo mi farebbe. Or non aggiunse
  31. Il ciel nullo conforto ai nostri affanni;
  32. E teco la mortal vita saria
  33. Simile a quella che nel ciel india.
  34. Per le valli, ove suona
  35. Del faticoso agricoltore il campo
  36. Ed io seggo e mi lagno
  37. Del giovanile error che m’abbandona;
  38. E per li poggi, ov’io rimembro e piagno
  39. I perduti desiri, e la perduta
  40. Speme de’ giorni miei; di te pensando,
  41. A palpitar mi sveglio. E potess’io,
  42. Nel secol tetro e in questo aer nefando,
  43. L’alta specie serbar; che dell’imago,
  44. Poi che del ver m’è tolto, assai m’appago.
  45. Se dell’eterne idee
  46. L’unica sei tu, cui di sensibile forma
  47. Sdegni l’eterno senno esser vestita,
  48. E fra caduche spoglie
  49. Provar gli affanni di funerea vita;
  50. O s’altra terra ne’ superni giri
  51. Fra mondi innumerabili t’accoglie,
  52. E più vaga del Sol prossima stella
  53. T’irraggia, e più benigno etere spiri;
  54. Di qua dove son gli anni infausti e brevi,
  55. Questo d’ignoto amante inno ricevi.

 

Cara beltà, che da lontano mi ispiri amore oppure da vicino nascondendo il viso tranne quando mi scuoti il cuore nel sonno come divina immagine, apparizione celeste, o nei campi là dove più splendido risplende il giorno e il riso della natura, dove si può trovare ancora la facoltà perduta delle illusioni; forse tu hai rallegrato il secolo che prende nome dall'oro mentre ora voli tra la gente leggera come un'anima? o proprio te prepara il destino avaro, che ti nasconde ai nostri occhi, a coloro che verranno?


 

Nessuna speranza ho ormai di ammirarti viva, se non forse quando nudo e solo dopo la morte il mio spirito, libero del corpo, per un nuovo sentiero, cercherà la sua nuova dimora. Già sul primo cominciare di questa mia esistenza incerta e dolorosa, immaginai di avere te come compagna di viaggio in questo arido mondo. Ma su questa terra non c'è nulla che ti somigli; e se anche qualcuna fosse pari a te nel volto, negli atti, nella parola, sarebbe, pur così simile a te, assai men bella.



 

Eppure, fra tanto dolore, quanto agli uomini ha destinato e prescritto il fato, se qualcuno t'amasse su questa terra così vera e come il mio pensiero ti immagina, per costui questa vita sarebbe beata; e ben chiaramente vedo che l'amore che ti porto mi farebbe ancora seguire lode e virtù come nei primi anni della mia vita. Ma il cielo non ha voluto aggiungere alcun conforto ai nostri affanni; e con te la vita mortale sarebbe simile a quella che nel cielo rende i beati partecipi di Dio.

 

Per le valli, dove risuona il canto dell'agricoltore oppresso dalla fatica (e l'agricoltore rappresenta simbolicamente la dolorosità dell'esistenza umana), mi siedo e mi lamento del giovanile errore che mi abbandona, l'errore di coltivare le illusioni; e per i poggi, dove io ricordo e piango i perduti desideri e la perduta speranza dei giorni miei; pensando a te, mi sveglio palpitando. E potessi io in questo secolo tetro e oscuro e in questa epoca nefanda che ignora ogni ideale, conservare dentro di me la tua nobile immagine; perché dell'immagine sola mi potrei anche appagare, dopo che quella reale e vera mi è tolta dal destino.
 

Ma se non è vero che tu sia stata mai viva, neppur nell'età dell'oro, o che ti debbano incontrar sulla terra neppur gli uomini che verranno, nel tempo futuro , e sei una delle eterne idee che Dio (eterno senno) sdegna, facendola restare pura immagine, di rivestire di una forma sensibile e visibile, di un corpo terreno e corruttibile che prova gli affanni dolorosi di una vita mortale; oppure se ti accoglie un'altra terra, un altro pianeta fra gli infiniti mondi dell'universo che costituiscono le lontane galassie (i superni giri) e ti illumina una stella vicina più splendente del Sole e su quella terra spiri un'aria più benigna, ricevi questo inno di ignoto amante da questa terra in cui il corso della vita è breve e infausto e gli anni, nel loro rapido scorrere rendono più inutile lo stesso dolore umano.

Commento: Nell’aprile 1823, dopo un deludente e ripugnante soggiorno romano, il poeta, rientrato nel “sepolcro dei vivi” di Recanati, mette mano ad una delle liriche più toccanti che si possano leggere nella sua pur alta produzione poetica. Il canto sembra essere un doloroso addio alle illusioni nel momento che si rivela la loro inconsistenza nel contrasto tra l'immaginazione e la realtà; soprattutto è un addio alla illusione più importante e più carica di significati e di valore per la vita umana, l'amore, perché questo scatena speranze sempre risorgenti; e se le illusioni sembrano assurde al vaglio della ragione, tuttavia rappresentano l'unica realtà dello spirito umano quando questo si allontana dalla realtà contingente e quotidiana che riguarda l'individuo nella sua veste sociale rifugiandosi inevitabilmente in se stesso per meglio resistere alle delusioni. La donna a cui il poeta rivolge il suo inno non è una donna terrena. Il poeta può desiderarla solo in una astrattezza perchè non appartiene alla realtà di questo mondo.
Forma metrica: Canzone libera. Cinque strofe di 11 versi ciascuna, tutte comincianti con un settenario e chiuse da una coppia di endecasillabi a rima baciata.
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