INFINITO
Giacomo Leopardi

TESTO
  1. Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
  2. e questa siepe che da tanta parte
  3. dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
  4. Ma sedendo e mirando, interminati
  5. Spazi di là da quella, e sovrumani
  6. Silenzi, e profondissima quiete
  7. Io nel pensier mi fingo, ove per poco
  8. Il cor non si spaura.E come il vento
  9. odo stormir tra queste piante io quello
  10. Infinito silenzio e questa voce
  11. Vo’ comparando: e mi sovvien l’eterno,
  12. e le morte stagioni e la presente
  13. e viva e il suon di lei. Così tra questa
  14. Immensità s’annega il pensier mio:
  15. e il naufragar m’è dolce in questo mare.

PARAFRASI

Questa collina (colle = il monte Tabor, non lontano da casa Leopardi) solitaria (ermo = solitario aggettivo molto poetico e ricercato della tradizione letteraria) mi fu da sempre cara (anastrofe) ed anche questa siepe (siepe = per il poeta rappresenta la divisione fra i suoi pensieri e l’eternità) che impedisce la vista (il guardo esclude) dell’orizzonte più lontano (ultimo = estremo secondo l’accezione latina).
Ma (avversativa, si contrappone a ‘esclude’ del verso precedente: la siepe cioè esclude lo sguardo, non l’immaginazione) sedendo e guardando (mirando = è un guardare fantasticando) gli  sterminati (interminati ) spazi al di là della siepe (di là da quella), nella mente (nel pensier) mi raffiguro (fingo = immagino), silenzi che non si trovano della dimensione umana (sovrumani silenzi - iperbole) e profondissima quiete (anastrofe), in modo tale che in  quegli spazi e in quel silenzio (ove) per poco il cuore (cor = sinonimo di “sentimento, animo”) non si turba e si smarrisce (si spaura - nel percepire l’infinito vi è una sorta di smarrimento). E non appena (come) odo stormire (onomatopea) il vento tra queste piante paragono (vo’ comparando) l’infinito silenzio di quegli spazi a questo rumore (voce – il frusciare del vento fra le piante): e  mi viene in mente (mi sovvien) l’idea dell’eternità [dell’infinito nel tempo], ed il passato (le morte stagioni = le età passate) e il presente che si fa sentire nelle sue manifestazioni reali (viva e il suon di lei). In questo modo (Così = comparando l’effimero con l’eterno) in questo infinito (immensità) il mio pensiero sprofonda (s’annega = si smarrisce fino ad annullarsi): ed è dolce naufragare in questo mare (naufragar…mare = la metafora del naufragio rende l’idea di un annichilimento che è però uno smarrimento piacevole. Per il poeta è fonte di dolcezza annullare la sua coscienza nella vastità dell’infinito- naufragar m’è dolce = ossimoro).


Analisi e commento:

L’infinito è uno dei più noti idilli leopardiani, fu composto nel 1819 ed è una testimonianza di quel dissidio tra finito ed infinito, tra realtà e ideale, che caratterizza l’uomo romantico.
La poesia descrive il poeta solo sul monte Tabor a Recanati. Una siepe impedisce a Leopardi la vista di buona parte dell’orizzonte e questo ostacolo suscita in lui una riflessione su ciò che trascende il reale e fa spaziare nell’immensità. La siepe rappresenta dunque una barriera tra il mondo esterno e i pensieri del poeta. Essa è il simbolo di tutto ciò che è limitante e limitato e quindi stimola l’immaginazione e l’istintivo bisogno, proprio di ogni uomo, di infinito. Stando seduto a osservare, egli immagina spazi interminabili oltre la siepe, silenzi che superano ogni possibilità di comprensione da parte dell’uomo e una quiete assoluta dove il cuore prova quasi smarrimento (“ove per poco il cor non si spaura”).
L’improvviso stormire delle foglie lo riporta alla realtà ma come la siepe gli aveva suggerito l’idea dell’infinito spaziale così il rumore del vento gli suggerisce l’idea dell’eternità, cioè dell’infinito temporale.
Le sue riflessioni perdono ogni definizione logica in questo infinito che si estende senza confini nello spazio e nel tempo. Egli si abbandona dolcemente in questa nuova dimensione annullando la propria identità.

Metrica:

Componimento di quindici versi, endecasillabi sciolti. L’uso dei dimostrativi permette al poeta di giocare tra il finito e l’indefinito, creando una dialettica tra realtà e immaginazione (questo indica vicinanza, quello lontananza). Il poeta utilizza molte figure retoriche e termini di origine latina.
I versi dall’11 al 13 sono caratterizzati da un polisindeto (il susseguirsi di 4 congiunzioni: e…e…e…e).
L’uso dell’enjambement è elevato e contribuisce a dilatare lo spazio del verso