Home page >> Poesie italiane >> Ugo Foscolo: I Sepolcri

I SEPOLCRI
Ugo Foscolo

Deorum amnium iura sancta sunto


  1. All'ombra de' cipressi e dentro l'urne
  2. confortate di pianto è forse il sonno
  3. della morte men duro? Ove piú il Sole
  4. per me alla terra non fecondi questa
  5. bella d'erbe famiglia e d'animali,
  6. e quando vaghe di lusinghe innanzi
  7. a me non danzeran l'ore future,
  8. né da te, dolce amico, udrò piú il verso
  9. e la mesta armonia che lo governa,
  10. né piú nel cor mi parlerà lo spirto
  11. delle vergini Muse e dell'amore,
  12. unico spirto a mia vita raminga,
  13. qual fia ristoro a' dí perduti un sasso
  14. che distingua le mie dalle infinite
  15. ossa che in terra e in mar semina morte?
  16. Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme,
  17. ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve
  18. tutte cose l'obblío nella sua notte;
  19. e una forza operosa le affatica
  20. di moto in moto; e l'uomo e le sue tombe
  21. e l'estreme sembianze e le reliquie
  22. della terra e del ciel traveste il tempo.
  23. Ma perché pria del tempo a sé il mortale
  24. invidierà l'illusïon che spento
  25. pur lo sofferma al limitar di Dite?
  26. Non vive ei forse anche sotterra, quando
  27. gli sarà muta l'armonia del giorno,
  28. se può destarla con soavi cure
  29. nella mente de' suoi? Celeste è questa
  30. corrispondenza d'amorosi sensi,
  31. celeste dote è negli umani; e spesso
  32. per lei si vive con l'amico estinto
  33. e l'estinto con noi, se pia la terra
  34. che lo raccolse infante e lo nutriva,
  35. nel suo grembo materno ultimo asilo
  36. porgendo, sacre le reliquie renda
  37. dall'insultar de' nembi e dal profano
  38. piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
  39. e di fiori odorata arbore amica
  40. le ceneri di molli ombre consoli.
  41. Sol chi non lascia eredità d'affetti
  42. poca gioia ha dell'urna; e se pur mira
  43. dopo l'esequie, errar vede il suo spirto
  44. fra 'l compianto de' templi acherontei,
  45. o ricovrarsi sotto le grandi ale
  46. del perdono d'lddio: ma la sua polve
  47. lascia alle ortiche di deserta gleba
  48. ove né donna innamorata preghi,
  49. né passeggier solingo oda il sospiro
  50. che dal tumulo a noi manda Natura.
  51. Pur nuova legge impone oggi i sepolcri
  52. fuor de' guardi pietosi, e il nome a' morti
  53. contende. E senza tomba giace il tuo
  54. sacerdote, o Talia, che a te cantando
  55. nel suo povero tetto educò un lauro
  56. con lungo amore, e t'appendea corone;
  57. e tu gli ornavi del tuo riso i canti
  58. che il lombardo pungean Sardanapalo,
  59. cui solo è dolce il muggito de' buoi
  60. che dagli antri abdüani e dal Ticino
  61. lo fan d'ozi beato e di vivande.
  62. O bella Musa, ove sei tu? Non sento
  63. spirar l'ambrosia, indizio del tuo nume,
  64. fra queste piante ov'io siedo e sospiro
  65. il mio tetto materno. E tu venivi
  66. e sorridevi a lui sotto quel tiglio
  67. ch'or con dimesse frondi va fremendo
  68. perché non copre, o Dea, l'urna del vecchio
  69. cui già di calma era cortese e d'ombre.
  70. Forse tu fra plebei tumuli guardi
  71. vagolando, ove dorma il sacro capo
  72. del tuo Parini? A lui non ombre pose
  73. tra le sue mura la città, lasciva
  74. d'evirati cantori allettatrice,
  75. non pietra, non parola; e forse l'ossa
  76. col mozzo capo gl'insanguina il ladro
  77. che lasciò sul patibolo i delitti.
  78. Senti raspar fra le macerie e i bronchi
  79. la derelitta cagna ramingando
  80. su le fosse e famelica ululando;
  81. e uscir del teschio, ove fuggia la luna,
  82. l'úpupa, e svolazzar su per le croci
  83. sparse per la funerëa campagna
  84. e l'immonda accusar col luttüoso
  85. singulto i rai di che son pie le stelle
  86. alle obblïate sepolture. Indarno
  87. sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
  88. dalla squallida notte. Ahi! su gli estinti
  89. non sorge fiore, ove non sia d'umane
  90. lodi onorato e d'amoroso pianto.
  91. Dal dí che nozze e tribunali ed are
  92. diero alle umane belve esser pietose
  93. di se stesse e d'altrui, toglieano i vivi
  94. all'etere maligno ed alle fere
  95. i miserandi avanzi che Natura
  96. con veci eterne a sensi altri destina.
  97. Testimonianza a' fasti eran le tombe,
  98. ed are a' figli; e uscían quindi i responsi
  99. de' domestici Lari, e fu temuto
  100. su la polve degli avi il giuramento:
  101. religïon che con diversi riti
  102. le virtú patrie e la pietà congiunta
  103. tradussero per lungo ordine d'anni.
  104. Non sempre i sassi sepolcrali a' templi
  105. fean pavimento; né agl'incensi avvolto
  106. de' cadaveri il lezzo i supplicanti
  107. contaminò; né le città fur meste
  108. d'effigïati scheletri: le madri
  109. balzan ne' sonni esterrefatte, e tendono
  110. nude le braccia su l'amato capo
  111. del lor caro lattante onde nol desti
  112. il gemer lungo di persona morta
  113. chiedente la venal prece agli eredi
  114. dal santuario. Ma cipressi e cedri
  115. di puri effluvi i zefiri impregnando
  116. perenne verde protendean su l'urne
  117. per memoria perenne, e prezïosi
  118. vasi accogliean le lagrime votive.
  119. Rapían gli amici una favilla al Sole
  120. a illuminar la sotterranea notte,
  121. perché gli occhi dell'uom cercan morendo
  122. il Sole; e tutti l'ultimo sospiro
  123. mandano i petti alla fuggente luce.
  124. Le fontane versando acque lustrali
  125. amaranti educavano e vïole
  126. su la funebre zolla; e chi sedea
  127. a libar latte o a raccontar sue pene
  128. ai cari estinti, una fragranza intorno
  129. sentía qual d'aura de' beati Elisi.
  130. Pietosa insania che fa cari gli orti
  131. de' suburbani avelli alle britanne
  132. vergini, dove le conduce amore
  133. della perduta madre, ove clementi
  134. pregaro i Geni del ritorno al prode
  135. che tronca fe' la trïonfata nave
  136. del maggior pino, e si scavò la bara.
  137. Ma ove dorme il furor d'inclite gesta
  138. e sien ministri al vivere civile
  139. l'opulenza e il tremore, inutil pompa
  140. e inaugurate immagini dell'Orco
  141. sorgon cippi e marmorei monumenti.
  142. Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo,
  143. decoro e mente al bello Italo regno,
  144. nelle adulate reggie ha sepoltura
  145. già vivo, e i stemmi unica laude. A noi
  146. morte apparecchi riposato albergo,
  147. ove una volta la fortuna cessi
  148. dalle vendette, e l'amistà raccolga
  149. non di tesori eredità, ma caldi
  150. sensi e di liberal carme l'esempio.
  151. A egregie cose il forte animo accendono
  152. l'urne de' forti, o Pindemonte; e bella
  153. e santa fanno al peregrin la terra
  154. che le ricetta. Io quando il monumento
  155. vidi ove posa il corpo di quel grande
  156. che temprando lo scettro a' regnatori
  157. gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela
  158. di che lagrime grondi e di che sangue;
  159. e l'arca di colui che nuovo Olimpo
  160. alzò in Roma a' Celesti; e di chi vide
  161. sotto l'etereo padiglion rotarsi
  162. piú mondi, e il Sole irradïarli immoto,
  163. onde all'Anglo che tanta ala vi stese
  164. sgombrò primo le vie del firmamento:
  165. - Te beata, gridai, per le felici
  166. aure pregne di vita, e pe' lavacri
  167. che da' suoi gioghi a te versa Apennino!
  168. Lieta dell'aer tuo veste la Luna
  169. di luce limpidissima i tuoi colli
  170. per vendemmia festanti, e le convalli
  171. popolate di case e d'oliveti
  172. mille di fiori al ciel mandano incensi:
  173. e tu prima, Firenze, udivi il carme
  174. che allegrò l'ira al Ghibellin fuggiasco,
  175. e tu i cari parenti e l'idïoma
  176. désti a quel dolce di Calliope labbro
  177. che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma
  178. d'un velo candidissimo adornando,
  179. rendea nel grembo a Venere Celeste;
  180. ma piú beata che in un tempio accolte
  181. serbi l'itale glorie, uniche forse
  182. da che le mal vietate Alpi e l'alterna
  183. onnipotenza delle umane sorti
  184. armi e sostanze t' invadeano ed are
  185. e patria e, tranne la memoria, tutto.
  186. Che ove speme di gloria agli animosi
  187. intelletti rifulga ed all'Italia,
  188. quindi trarrem gli auspici. E a questi marmi
  189. venne spesso Vittorio ad ispirarsi.
  190. Irato a' patrii Numi, errava muto
  191. ove Arno è piú deserto, i campi e il cielo
  192. desïoso mirando; e poi che nullo
  193. vivente aspetto gli molcea la cura,
  194. qui posava l'austero; e avea sul volto
  195. il pallor della morte e la speranza.
  196. Con questi grandi abita eterno: e l'ossa
  197. fremono amor di patria. Ah sí! da quella
  198. religïosa pace un Nume parla:
  199. e nutria contro a' Persi in Maratona
  200. ove Atene sacrò tombe a' suoi prodi,
  201. la virtú greca e l'ira. Il navigante
  202. che veleggiò quel mar sotto l'Eubea,
  203. vedea per l'ampia oscurità scintille
  204. balenar d'elmi e di cozzanti brandi,
  205. fumar le pire igneo vapor, corrusche
  206. d'armi ferree vedea larve guerriere
  207. cercar la pugna; e all'orror de' notturni
  208. silenzi si spandea lungo ne' campi
  209. di falangi un tumulto e un suon di tube
  210. e un incalzar di cavalli accorrenti
  211. scalpitanti su gli elmi a' moribondi,
  212. e pianto, ed inni, e delle Parche il canto.
  213. Felice te che il regno ampio de' venti,
  214. Ippolito, a' tuoi verdi anni correvi!
  215. E se il piloto ti drizzò l'antenna
  216. oltre l'isole egèe, d'antichi fatti
  217. certo udisti suonar dell'Ellesponto
  218. i liti, e la marea mugghiar portando
  219. alle prode retèe l'armi d'Achille
  220. sovra l'ossa d'Ajace: a' generosi
  221. giusta di glorie dispensiera è morte;
  222. né senno astuto né favor di regi
  223. all'Itaco le spoglie ardue serbava,
  224. ché alla poppa raminga le ritolse
  225. l'onda incitata dagl'inferni Dei.
  226. E me che i tempi ed il desio d'onore
  227. fan per diversa gente ir fuggitivo,
  228. me ad evocar gli eroi chiamin le Muse
  229. del mortale pensiero animatrici.
  230. Siedon custodi de' sepolcri, e quando
  231. il tempo con sue fredde ale vi spazza
  232. fin le rovine, le Pimplèe fan lieti
  233. di lor canto i deserti, e l'armonia
  234. vince di mille secoli il silenzio.
  235. Ed oggi nella Troade inseminata
  236. eterno splende a' peregrini un loco,
  237. eterno per la Ninfa a cui fu sposo
  238. Giove, ed a Giove diè Dàrdano figlio,
  239. onde fur Troia e Assàraco e i cinquanta
  240. talami e il regno della giulia gente.
  241. Però che quando Elettra udí la Parca
  242. che lei dalle vitali aure del giorno
  243. chiamava a' cori dell'Eliso, a Giove
  244. mandò il voto supremo: - E se, diceva,
  245. a te fur care le mie chiome e il viso
  246. e le dolci vigilie, e non mi assente
  247. premio miglior la volontà de' fati,
  248. la morta amica almen guarda dal cielo
  249. onde d'Elettra tua resti la fama. -
  250. Cosí orando moriva. E ne gemea
  251. l'Olimpio: e l'immortal capo accennando
  252. piovea dai crini ambrosia su la Ninfa,
  253. e fe' sacro quel corpo e la sua tomba.
  254. Ivi posò Erittonio, e dorme il giusto
  255. cenere d'Ilo; ivi l'iliache donne
  256. sciogliean le chiome, indarno ahi! deprecando
  257. da' lor mariti l'imminente fato;
  258. ivi Cassandra, allor che il Nume in petto
  259. le fea parlar di Troia il dí mortale,
  260. venne; e all'ombre cantò carme amoroso,
  261. e guidava i nepoti, e l'amoroso
  262. apprendeva lamento a' giovinetti.
  263. E dicea sospirando: - Oh se mai d'Argo,
  264. ove al Tidíde e di Läerte al figlio
  265. pascerete i cavalli, a voi permetta
  266. ritorno il cielo, invan la patria vostra
  267. cercherete! Le mura, opra di Febo,
  268. sotto le lor reliquie fumeranno.
  269. Ma i Penati di Troia avranno stanza
  270. in queste tombe; ché de' Numi è dono
  271. servar nelle miserie altero nome.
  272. E voi, palme e cipressi che le nuore
  273. piantan di Priamo, e crescerete ahi presto
  274. di vedovili lagrime innaffiati,
  275. proteggete i miei padri: e chi la scure
  276. asterrà pio dalle devote frondi
  277. men si dorrà di consanguinei lutti,
  278. e santamente toccherà l'altare.
  279. Proteggete i miei padri. Un dí vedrete
  280. mendico un cieco errar sotto le vostre
  281. antichissime ombre, e brancolando
  282. penetrar negli avelli, e abbracciar l'urne,
  283. e interrogarle. Gemeranno gli antri
  284. secreti, e tutta narrerà la tomba
  285. Ilio raso due volte e due risorto
  286. splendidamente su le mute vie
  287. per far piú bello l'ultimo trofeo
  288. ai fatati Pelídi. Il sacro vate,
  289. placando quelle afflitte alme col canto,
  290. i prenci argivi eternerà per quante
  291. abbraccia terre il gran padre Oceàno.
  292. E tu onore di pianti, Ettore, avrai,
  293. ove fia santo e lagrimato il sangue
  294. per la patria versato, e finché il Sole
  295. risplenderà su le sciagure umane.

“Siano rispettati i diritti dei Mani” massima di Cicerone. I Manes sono le anime dei defunti

Il carme inizia con una domanda retorica: la tomba può offrire conforto al sepolto? La morte (sonno della morte) è forse meno doloroso (men duro)  all’ombra dei cipressi e dentro le tombe (urne) consolate dal pianto [dei vivi]? Quando (ove) il sole avrà smesso per me di fecondare il creato (questa bella d'erbe famiglia e d'animali - iperbato), quando l’avvenire attraente per le vagheggiate promesse avrà perso ogni seduzione (vaghe…future), né udirò più te, Pindemonte (dolce amico), [recitare] i tuoi versi (il verso) e l’armonia malinconica che li ispira (lo governa), né più nel cuore sentirò l’ispirazione (spirto) delle Muse e dell’amore, unica consolazione della mia vita errabonda (mia vita raminga – perché esule),  quale consolazione sarà per la vita finita (qual…perduti) una lapide (sasso – pietra sepolcrale) che distingua i miei resti dagli infiniti altri (le mie dalle infinite ossa) che la morte sparge (semina) in terra e in mare?
È proprio vero Pindemonte ! anche la speranza, ultima dea (così era definita dai latini, l’ultima ad abbandonare l’uomo), fugge le tombe (si dilegua cioè l’ultima illusione di immortalità affidata appunto al sepolcro): la dimenticanza circonda (involve) tutte le cose nella sua tenebra (notte); e una forza attiva le trasforma (le affatica) incessantemente di movimento in movimento; e il tempo tramuta (traveste) sia l’uomo sia le sue tombe sia le ultime tracce (sembianze) sia ciò che resta (reliquie) della terra e del cielo.
Ma perché l’uomo dovrebbe privarsi (invidierà – da invidere latinismo) prima del tempo dell’illusione che [una volta] morto (spento) lo trattiene [gli fa credere di fermarsi] ancora sulle soglie dell’oltretomba (limitar di Dite) ?
Egli [l’uomo da morto] non vive forse anche sotto terra, quando gli sarà [divenuta] impercettibile (muta) l’attrattiva della vita (l’armonia del giorno, cioè la vita perduta), se può risvegliarla (destarla) nella mente dei suoi [cari] attraverso il culto della memoria (soavi cure: la cura delle tombe) ? Questa corrispondenza di sentimenti (sensi – lat.) amorosi è divina (celeste), è una dote divina negli uomini; e grazie a lei (per lei) si vive con l’amico morto e il morto [vive] con noi, se la sacra terra (se pia la terra) che lo ha accolto neonato e lo ha nutrito, porgendo l’ultimo asilo nel suo grembo materno, renda inviolabili (sacre) le sue spoglie dalle intemperie (dagli insulti delle nuvole - insultar de’ nembi) e dal piede profanatore degli uomini, e un sasso [la pietra sepolcrale] conservi il nome, e un albero (arbore – latinamente al femminile) amico profumato di fiori consoli le ceneri con la sua dolce ombra.
Solamente chi non lascia eredità di affetti [chi muore senza legami affettivi] ha poca gioia nella tomba; e se solo guarda (mira) oltre la [propria] sepoltura (in un mondo ultraterreno), vede la propria anima (spirto) vagabondare (errar) in mezzo al dolore (compianto) dei luoghi infernali (templi acherontei - si riferisce agli Acherousia Templa di Lucrezio), o rifugiarsi sotto le grandi ali del perdono di Dio: ma lascia le sue ceneri (sua polve) alle ortiche di una terra (gleba) deserta dove non prega [nessuna] donna innamorata, né [alcun] passante solitario ode il sospiro che la natura manda a noi dalla tomba.
Tuttavia (pur) una nuova legge [l’editto di Saint-Cloud] oggi impone che le tombe siano fuori dagli sguardi pietosi [fuori dai centri abitati], e toglie (contende) la fama (il nome) ai morti. E giace senza tomba il tuo sacerdote (si riferisce a Parini che non ebbe una tomba), o Talia (musa della poesia satirica), che poetando per te coltivò (educò – lat.) con lungo amore un lauro (l’alloro pianta sacra alle Muse) nella sua povera casa (povero tetto – allude alle modeste condizioni di Parini), e ti consacrò molte opere (t'appendea corone - metafora); e tu (Musa) abbellivi del tuo sorriso le sue poesie che criticavano (pungean) i viziosi aristocratici lombardi (Sardanapalo leggendario Re d’Assiria ricco e dissoluto è assunto per antonomasia a rappresentare la grassa nobiltà lombarda – lombardo Sardanapalo indica il “giovin Signore” protagonista del Giorno pariniano - vv.57/58 iperbato), a cui è gradito solo il muggito dei buoi che dalle rive dirupate dell’Adda (antri abdüani) e del Ticino gli consentono (lo fan) un’esistenza pingue e oziosa. Dove sei tu? O bella Musa fra queste piante (i giardini di Porta Venezia a Milano) dove io siedo e ricordo con desiderio la mia casa materna non sento profumare (spirar) l’ambrosia (il profumo d’ambrosia indica la presenza della Musa), indizio della tua divinità. Eppure tu venivi e gli sorridevi [Parini] sotto quel tiglio che ora con fronde tristi va fremendo, o Dea, perché non copre la tomba del vecchio [Parini] al quale in passato era generoso (cortese) dispensatore di pace e di ombra.
Forse tu [Musa] cerchi vagando (vagolando) fra le tombe umili (plebei tumuli) dove dorma [dove sia sepolta] la sacra testa del tuo Parini? La città [Milano], immorale (lasciva), amante (allettatrice) di cantanti castrati (oggetto di critica nell’ode pariniana La musica), non pose in suo onore alberi (non ombre pose metonimia: ombre vale per piante) tra le sue mura, né lapidi (pietra), né iscrizioni (parola); e forse il ladro che scontò sul patibolo i delitti gli insanguina le ossa con la testa mozzata (l’ossa…delitti). [Tu Musa], senti raspare fra le macerie e le sterpi (bronchi) la cagna randagia che va errando (ramingando) sulle fosse e ululando per la fame; e l’upupa uscire dal teschio, dove fuggiva la notte (luna), e svolazzare intorno alle croci sparse per il camposanto e [senti] l’uccello immondo (la Bibbia la cataloga tra gli “uccelli immondi”) rimproverare con il [suo] verso funebre (luttuoso singulto) i raggi pietosi che le stelle donano alle sepolture dimenticate [e quindi senza lumi]. O Dea, preghi inutilmente [che] sul tuo poeta [Parini] [cadano] rugiade dalla notte tetra (squallida). Ahi! Sui morti non sorge [nessun] fiore, quando (ove) non sia onorato da lodi umane e da pianto affettuoso.
Dal giorno in cui nozze, leggi (tribunali) e religione (are) [cioè la civiltà] fecero sì che gli uomini primitivi (umane belve) divenissero pietose verso se stesse e verso gli altri, i vivi sottraevano all’aggressione degli agenti atmosferici (etere maligno) e  delle belve (fere) i miseri resti [i corpi dei morti] che la natura con continue metamorfosi (veci eterne) destina ad altre forme (sensi altri).
Le tombe erano testimonianza delle glorie (fasti), e altari (are) per i figli; e da esse uscivano i responsi delle anime dei defunti (domestici Lari) [i trapassati diventavano divinità tutelari della casa ed elargivano ammonimenti e presagi] , e il giuramento sulle tombe degli avi fu considerato sacro: culto (religion) che le virtù civili e la pietà per i congiunti (pietà congiunta - ipallage) tramandarono (tradussero – lat.) per lungo tempo (lungo ordine d’anni).
Non sempre le lapidi sepolcrali fecero da pavimento alle chiese (templi); né il puzzo (lezzo) dei cadaveri mescolato (avvolto) agli incensi contaminò i fedeli (supplicanti); né le città furono rattristate (meste) da scheletri disegnati: le madri si svegliano nel sonno terrorizzate (balzan ne’ sonni esterrefatte), e protendendo le nude braccia sulla testa amata del loro caro lattante così che non lo svegli il gemere prolungato della persona morta che chiede dal Santuario agli eredi le messe a pagamento (venal prece – messe di suffragio per abbreviare la sua permanenza in purgatorio). Ma (ma segna un cambio di tono e dalla concitazione dei versi precedenti si passa alla serenità e calma dei versi che seguono) cipressi e cedri [alberi che si facevano crescere anticamente vicino alle tombe], riempiendo l’aria (i zefiri) di profumi (puri effluvi), stendevano sulle tombe il verde perenne [delle loro fronde] per eterna memoria, e vasi preziosi raccoglievano le lacrime offerte in voto.
Gli amici [del defunto] rapivano una scintilla al sole [accendevano una lampada] per illuminare il sepolcro (sotterranea notte), perché gli occhi dell’uomo morendo cercano il sole; e tutti i petti [dei moribondi] rivolgono l’ultimo sospiro alla luce fuggente (iperbato).
Versando acque purificatrici (lustrali), le fontane facevano crescere (educavano) amaranti [piante con foglie color rosso porpora, simbolo di immortalità] e viole sul tumulo mortuario; e chi sedeva [sulle tombe] a versare latte [versare in segno di offerta] e a raccontare le sue pene ai cari estinti sentiva intorno un profumo (fragranza – non dei fiori ma degli unguenti funebri) come dell’aria dei beati Elisi [secondo i greci e i latini l’Eliso era la dimora degli spiriti eroici, situato nell’estremo occidente].
Follia benefica (pietosa insania) che rende care alle giovani inglesi (britanne vergini – lat.) i giardini (orti – lat.)  dei cimiteri (avelli) attorno alle città, dove le conduce l’amore della madre morta, dove pregarono i Geni (i Numi tutelari della Patria) di concedere il ritorno al valoroso (prode: Horatio Nelson) che troncò l’albero maestro della nave vinta (trionfata nave: il vascello francese Orient sconfitto ad Abukir) e con quel legno si fece preparare la bara.
Ma dove il desiderio (furor) di imprese gloriose (inclite gesta) è spento (dorme) e la ricchezza e la paura [di un despota] dominano la vita civile, cippi e monumenti di marmo appaiono vana ostentazione e funeste (inaugurate) immagini dell’oltretomba (Orco è uno dei nomi dell’oltretomba pagano).
Il popolo intellettuale e quello ricco e quello nobile [riferimento ai 3 collegi elettorali istituiti da Napoleone], ornamento e guida [detto ironicamente] per il bel regno italico, ha già la sua tomba da vivo nelle regge dove sempre risuona l’adulazione, e [come] unica lode [ha] gli stemmi [nobiliari]. A noi la morte prepari (apparecchi) una dimora serena (riposato albergo) dove un giorno la sorte cessi di perseguitarmi (dalle vendette) e gli amici (armistà = amicizia) raccolgano in eredità non ricchezze (di tesori eredità), ma caldi affetti (sensi) e l’esempio di una poesia ispiratrice di libertà (liberal carme l’esempio).
Le tombe (urne) dei grandi uomini (forti) spingono a nobili imprese gli animi, o Pindemonte e rendono al forestiero (peregrin) bella e santa la terra che le accoglie (le ricetta). Io quando vidi il monumento [la chiesa di S.Croce a Firenze] dove riposa il corpo di quel grande [Machiavelli] che, insegnando ai principi l’arte del governo (temprando lo scettro  a’ regnatori), lo spoglia (ne sfronda) [invece di ogni] gloria (gli allor), e svela alle genti di quante iniquità e violenze (lagrimesangue) grondi [il potere]; e la tomba (arca) di colui [Michelangelo] che in Roma innalzò agli dei (Celesti) un nuovo (nuovo perché cristiano) Olimpo [la cupola di San Pietro]; e la tomba di colui che [Galileo] vide ruotare vari pianeti (più mondi) sotto la volta celeste (l’etereo padiglion), e il sole illuminarli [stando] immobile (immoto – riferimento al sistema eliocentrico), così che aprì per primo la conoscenza del cielo (le vie del firmamento) all’inglese [Newton] (Anglo) che tanto ingegno vi applicò (tanta ala vi stese - metafora) - esclamai “beata te” [Firenze], per l’aria felice piena di vita, per le acque che gli affluenti (lavacri) dell’Arno fa scorrere verso di te dalle sue montagne (Apennino)! [celebra Firenze perché terra di incontro di doni della natura e doni dell’ingegno]
La luna, più luminosa per la purezza dell’aria (lieta dell’aer tuo), ricopre di luce limpidissima i tuoi colli, festanti per la vendemmia; e le valli circostanti popolate di case e di oliveti, mandano verso il cielo mille profumi di fiori (mille di fiori al ciel mandano incensi - iperbato): Tu Firenze, inoltre, hai udito per prima il carme [la divina commedia] che attenuà (allegrò) l’ira al ghibellino esule [Dante; che in realtà era guelfo], e tu hai dato i genitori (cari parenti – lat.) e la lingua [a Petrarca],  (l’idioma…Calliope labbro: come se la Musa parlasse per lui), che velando di un velo candidissimo l’amore, [che era] nudo in Grecia e nudo in Roma, [lo] pose in grembo alla Venere celeste; ma [sei ancora] più beata [perchè] raccolte in un’unica chiesa (tempio – Santa Croce) conservi le glorie italiane, forse le uniche da quando le Alpi indifese (mal vietate – lat.) e l’onnipotenza delle alterne sorti umane ti sottrassero (invadeano) le armi e le ricchezze (sostanze),  l’identità religiosa (are) e politica (patria) e, tranne la memoria [della passata grandezza], tutto. Qualunque speranza di riscatto ci sarà tra valorosi e poi nell’Italia tutta dovrà muovere di qui (quindi – cioè dalle tombe di Santa Croce). E spesso Vittorio [Alfieri] venne ad ispirarsi presso questi marmi Irato con gli Dei protettori (patrii Numi) della patria [per averla abbandonata], vagava silenzioso dove l’Arno è più deserto, osservando desideroso i campi e il cielo; e poiché nessun incontro (vivente aspetto) gli leniva (molcea) l’affanno (la cura), [egli], severo, si fermava qui; e sul volto aveva il pallore della morte e la speranza.
[Alfieri] è sepolto (abita) in eterno con questi grandi [perché è sepolto a Santa Croce nella tomba scolpita da Canova]: e le ossa emanano amore di patria. Ah si! Un Nume (personificazione dell’amore di Patria) parla di quella pace sacra (religiosa) e ispirò il valore e l’ira dei greci contro i persiani a Maratona, dove Atene consacrò le tombe ai suoi caduti. Il navigatore che navigò a vela quel mare [l’Egeo] sotto [l’isola] Eubea [detta anche Negroponte, sta di fronte a Maratona], vedeva nella vastità buia balenare scintille di elmi e di spade che si scontrano (cozzanti brandi), [vedeva] i roghi [le pire - per bruciare i cadaveri] fumare vapore di fuoco (igneo vapor), [vedeva] fantasmi (larve) di guerrieri scintillanti (corrusche) di armi di ferro cercare lo scontro (cercar la pugna); e nell’orrore dei silenzi notturni si spargeva nei campi un lungo frastuono (lungo…tumulto - iperbato) di eserciti e un suono di trombe (tube) e un [rumore prodotto dall’] incalzare di cavalli che corrono scalpitando sugli elmi dei moribondi, e pianto, ed inni, e il canto della Parche.
O Ippolito, felice te, che in gioventù (a’ tuoi verdi anni) percorrevi l’ampio regno dei venti! [fa riferimento al viaggio di Pindemonte a Malta e in Grecia]
E se il pilota (piloto) guidò la nave (drizzò l’antenna) oltre le isole Egèe, certo udisti le coste dell’Ellesponto [stretto dei Dardanelli] [ri]suonare di antichi fatti, e [udisti] la corrente rimbombare portando le armi di Achille alle coste del Capo Reteo sopra le ossa di Aiace: la morte è giusta dispensatrice di gloria verso i valorosi; né l’astuta intelligenza, né il favore dei re (Agamennone e Menelao) conservavano a Ulisse (Itaco) le difficili spoglie [le armi di Achille] (spoglie ardue perché di faticosa conquista), poiché l’onda incitata dagli dei dell’oltretomba (inferno Dei) le ritolse alla nave errabonda (poppa raminga, cioè alla nave di Ulisse destinata a lunghe peregrinazioni).
E le Muse, animatrici del pensiero umano (del mortale pensiero animatrici), chiamano me ad evocare gli eroi [greci], me che i tempi [malvagi] e il desiderio di onore fanno andare esule fra popolazioni diverse (diversa gente).
Le Muse (le Pimplèe – così dette dal Monte Pimpla ad esse sacro) siedono custodi dei sepolcri, e quando il tempo con le sue fredde ali vi distrugge perfino le rovine (vi spazza fin le rovine), allietano i deserti con il loro canto, e l’armonia supera il silenzio di mille secoli.
E oggi nella Troade [la regione dove sorgeva Troia] desertica (inseminata – lerreralmente “sterile”) splende eternamente [davanti] ai viaggiatori un luogo eterno [il sepolcro dell’Ilo antico Dardanide] grazie alla ninfa (per la ninfa [Elettra]) di cui Giove fu sposo e [che] diede a Giove il figlio Dàrdano [fondatore do Troia], da cui derivano (onde fur) Troia e Assàraco e i cinquanta letti nunziali (talami) [dei cinquanta figli sposati di Priamo] e il regno della popolazione discendente da Iulo [i Romani] (il regno della giulia gente).
Eterno per il fatto che (Però che – va riferito a eterno: spiega il motivo dell’eternità dei vv.235-236) quando Elettra udì la Parca [Atropo – che taglia il filo della vita] che la chiamava dalle vitali brezze (aure) del giorno [dalla vita] alle danze dell’Eliso [nell’oltretomba], rivolse a Giove l’ultima preghiera (voto supremo): E se – diceva - a te furono cari i miei capelli e il [mio] viso e le dolci notti (vigilie), e la volontà del destino non mi concede (assente) premio [sottinteso: del mio amore] migliore [della morte], almeno proteggi (guarda) dal cielo l’amante morta [la sua tomba], così che resti memoria della tua Elettra.
Così pregando moriva. E Giove (l’Olimpio cioè abitatore dell’Olimpo) piangeva di ciò; e assentendo col capo immortale (l’immortal…accennando) faceva piovere dai capelli ambrosia sulla ninfa, e fece sacri quel corpo e la sua tomba.
Qui ebbe sepoltura (posò) Erittonio [figlio di Dardano ed Elettra], e riposano i resti del giusto Ilo [fratello di Assaraco e pronipote di Erittonio, da Omero detto giusto]; qui le donne troiane scioglievano i capelli inutilmente – ahi! - scongiurando di allontanare (deprecando) l’imminente destino [la morte] dai loro mariti; qui venne Cassandra [figlia di Priamo condannata da Apollo a predire il futuro senza essere creduta], quando Apollo (il Nume) [entratole] in petto le faceva predire la fine (il dì mortale) di Troia; e cantò ai morti (all’ombre) un canto (carme) d’amore e [vi] guidava i nipoti, e l’insegnava (apprendeva)  ai giovanetti il lamento amoroso.
E [Cassandra] diceva sospirando [ai nipoti]: O se mai il cielo vi consentirà di ritornare dalla Grecia (d’Argometonimia) dove nutrirete (pascerete) i cavalli [sarete cioè schiavi] di Diomede (Tidide – figlio di Tideo) e del figlio di Laerte [Ulisse], invano cercherete la vostra patria! Le mura, opera di Apollo (Febo) [in realtà fu Laomedonte aiutato da Febo e Poseidone], fumeranno sotto le loro rovine (reliquie).
Ma le divinità tutelari (i Penati) di Troia avranno dimora in queste tombe; perché è un dono degli dei conservare (servar) la fama (altero nome) [anche] nelle sventure (miserie).
E voi palme e cipressi [simboli del valore e della morte] che le nuore di Priamo piantano, e [che] crescerete presto – ahi!- innaffiati di lacrime vedovili, proteggete i miei avi: e chi, pietoso (pio), asterrà la scure dalle fronde consacrate (devote) si addolorerà meno (men si dorrà) per la perdita di persone care (consanguinei lutti) e toccherà santamente l’altare. Proteggete i miei avi. Un giorno vedrete un cieco mendicante [Omero] aggirarsi sotto le vostre ombre antichissime, e penetrare nei loculi (avelli) a tentoni (brancolando), e abbracciare le urne, e interrogarle. Le cavità nascoste gemeranno, e tutte le tombe narreranno (personificazione) di Troia (Ilio), distrutta (raso) due volte [da Ercole e dalle Amazzoni] e due risorta splendidamente sulle vie silenziose (su le mute vie – cioè sulla vita spenta dalla distruzione precedente) per rendere più bella la vittoria finale (ultimo trofeo) ai figli di Peleo [Achille e Pirro, cioè i greci] (Pelidi) mandati dal fato (fatati). Il poeta [Omero] (sacro vate), consolando con il suo canto  quelle anime (alme) afflitte [i troiani], renderà eterna in tutto il mondo (per quante abbraccia terre il gran padre Oceano – Oceano è il fiume che secondo i greci scorreva ai margini dei continenti) la memoria dei principi Achei (prenci argivi) vittoriosi.
E anche tu Ettore, avrai l’onore del pianto ovunque (ove) sarà santo e degno di lacrime (lagrimato) il sangue versato per la patria [dovunque vi sarà civiltà], e finché il sole risplenderà sulle sciagure umane [finché durerà l’uomo].

Commento: Carme in forma di Epistola in versi sciolti. Destinatario: Pindemonte, poeta neo-classico, autore di poesie di gusto cimiteriale). Occasione: EDITTO DI SAINT-CLOUD (1806 In Italia): Napoleone stabilì: cimiteri fuori dalle città e nessun titolo nobiliare sulle lapidi (spirito egualitario Rivoluzione francese). I riferimenti classici si compongono di: rinvii mitologici (per es. ai vv.235/253 il mito di Giove ed Elettra o ai vv.217/225 l’episodio delle armi di Aiace), reminiscenze di testi antichi, forme latineggianti.
Forma metrica: Carme in endecasillabi sciolti. Il linguaggio poetico è difficile ed a volte oscuro sia a livello lessicale e sintattico sia per i numerosi riferimenti a fatti, persone e testi della letteratura antica. Numerosi gli enjambements.
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