1. Dov’era la luna? chè il cielo

  2. notava in un’alba di perla,

  3. ed ergersi il mandorlo e il melo

  4. parevano a meglio vederla.

  5. Venivano soffi di lampi

  6. da un nero di nubi laggiù;

  7. veniva una voce dai campi:

  8. chiù

  9. Le stelle lucevano rare

  10. tra mezzo alla nebbia di latte:

  11. sentivo il cullare del mare,

  12. sentivo un fru fru tra le fratte;

  13. sentivo nel cuore un sussulto,

  14. com’eco d’un grido che fu.

  15. Sonava lontano il singulto:

  16. chiù

  17. Su tutte le lucide vette

  18. tremava un sospiro di vento.

  19. Squassavano le cavallette

  20. finissimi sistri d’argento

  21. (tintinni a invisibili porte

  22. Che forse non s’aprono più?…);

  23. e c’era quel pianto di morte…

  24. chiù

 

 

 

 

notava: la luna c'è e non si vede ma inonda di luce il cielo

alba di perla = metafora, il cielo assomiglia ad un alba di perla.

 

 

soffi di lampi = sinestesia, vengono associati ai lampi silenziosi

chiù = riprende il suono naturale dell’assiuolo, perciò forma un onomatopea pura.

 

nebbia di latte: metafora, nebbia simile al latte.

sentivo: nei primi due versi è usato in senso fisico, dato che si riferisce a degli elementi, nel terzo è usato in senso psicologico, perché esprime un sentimento che il poeta prova; fru fru = fruscio (onomatopea); il rumore proveniente dai cespugli (fratte).

com’eco d’un grido che fu = è una similitudine, il poeta paragona il singulto (singhiozzo) alla voce ad un grido che gli evocava un dolore lontano.

 

lucide vette = le cime degli alberi che riflettono la luce della luna; sospiro: dà l'idea dell'ansia del poeta.

finissimi sistri d’argento: metafora, il suono stridulo delle cavallette assomiglia ai sistri, ovvero strumenti musicali utilizzati dagli egiziani nelle cerimonie sacre, che prometteva la resurrezione dopo la morte; tintinni a invisibili porte: che forse non si aprono più? = L’interrogazione che Pascoli pone, mette in rapporto il dato fisico, cioè il suono delle cavallette, con una realtà metaforica, ovvero le invisibili porte (della morte), aprendosi, potrebbero spiegare il mistero della vita.

   

Tema: Questa poesia viene pubblicata sul “ Marzocco” ed entra a far parte nella quarta edizione di Myricae, nella sezione “In campagna”.

Con questa poesia Pascoli descrive un paesaggio notturno dove all’inizio prevale il sentimento dell’estasi, difatti dice che la notte è meravigliosa, il cielo è chiaro come l’alba e perfino gli alberi sembrano sporgersi per vedere meglio la luna che è nascosta tra le nubi. Il paesaggio descrittivo è reso ancora più incantevole dalla melodia del mare e dai fruscii dei cespugli che sembrano quasi rasserenare l’anima. Tutto quest’ambiente è disturbato solamente da una voce triste che si leva nei campi: il chiù, il grido dell'assiuolo (uccello notturno somigliante al gufo) Una voce che all’apparenza sembra di passaggio (voce dei campi), ma di strofa in strofa diventa più angoscioso (un singulto), fino ad arrivare ad un pianto di morte. Questo suono, per il poeta, è come un sussulto, una scossa al cuore che gli fa emergere ricordi tristi e pensieri dolorosi. La voce dell’uccello notturno, che per le credenze popolari di allora è considerato un annuncio di disgrazia e di morte.

Pascoli vuole esprimere l’incombere dei ricordi e della morte, che impedisce al poeta di godere pienamente la magia di una notte di luna perché è avvolto dal mistero e dall’angoscia della morte.

 

Forma metrica: è formata da tre strofe di sette novenari seguiti dal suono onomatopeico (verso dell’assiuolo “chiù”) (un monosillabo che chiude ogni strofa e che rima sempre col sesto verso di ogni strofa). Cadenza ordinata e altalenante-cantilenante. Le rime sono alternate. Nel terzo verso, della seconda strofa, troviamo una rima interna: “cullare del mare".