1. Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,

  2. Silenziosa luna?

  3. Sorgi la sera, e vai,

  4. Contemplando i deserti; indi ti posi.

  5. Ancor non sei tu paga

  6. Di riandare i sempiterni calli?

  7. Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga

  8. Di mirar queste valli?

  9. Somiglia alla tua vita

  10. La vita del pastore.

  11. Sorge in sul primo albore;

  12. Move la greggia oltre pel campo, e vede

  13. Greggi, fontane ed erbe;

  14. Poi stanco si riposa in su la sera:

  15. Altro mai non ispera.

  16. Dimmi, o luna: a che vale

  17. Al pastor la sua vita,

  18. La vostra vita a voi? dimmi: ove tende

  19. Questo vagar mio breve,

  20. Il tuo corso immortale?

  21. Vecchierel bianco, infermo,

  22. Mezzo vestito e scalzo,

  23. Con gravissimo fascio in su le spalle,

  24. Per montagna e per valle,

  25. Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,

  26. Al vento, alla tempesta, e quando avvampa

  27. L'ora, e quando poi gela,

  28. Corre via, corre, anela,

  29. Varca torrenti e stagni,

  30. Cade, risorge, e più e più s'affretta,

  31. Senza posa o ristoro,

  32. Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva

  33. Colà dove la via

  34. E dove il tanto affaticar fu volto:

  35. Abisso orrido, immenso,

  36. Ov'ei precipitando, il tutto obblia.

  37. Vergine luna, tale

  38. È la vita mortale.

  39. Nasce l'uomo a fatica,

  40. Ed è rischio di morte il nascimento.

  41. Prova pena e tormento

  42. Per prima cosa; e in sul principio stesso

  43. La madre e il genitore

  44. Il prende a consolar dell'esser nato.

  45. Poi che crescendo viene,

  46. L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre

  47. Con atti e con parole

  48. Studiasi fargli core,

  49. E consolarlo dell'umano stato:

  50. Altro ufficio più grato

  51. Non si fa da parenti alla lor prole.

  52. Ma perché dare al sole,

  53. Perché reggere in vita

  54. Chi poi di quella consolar convenga?

  55. Se la vita è sventura

  56. Perché da noi si dura?

  57. Intatta luna, tale

  58. E` lo stato mortale.

  59. Ma tu mortal non sei,

  60. E forse del mio dir poco ti cale.

  61. Pur tu, solinga, eterna peregrina,

  62. Che sì pensosa sei, tu forse intendi,

  63. Questo viver terreno,

  64. Il patir nostro, il sospirar, che sia;

  65. Che sia questo morir, questo supremo

  66. Scolorar del sembiante,

  67. E perir dalla terra, e venir meno

  68. Ad ogni usata, amante compagnia.

  69. E tu certo comprendi

  70. Il perché delle cose, e vedi il frutto

  71. Del mattin, della sera,

  72. Del tacito, infinito andar del tempo.

  73. Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore

  74. Rida la primavera,

  75. A chi giovi l'ardore, e che procacci

  76. Il verno co' suoi ghiacci.

  77. Mille cose sai tu, mille discopri,

  78. Che son celate al semplice pastore.

  79. Spesso quand'io ti miro

  80. Star così muta in sul deserto piano,

  81. Che, in suo giro lontano, al ciel confina;

  82. Ovver con la mia greggia

  83. Seguirmi viaggiando a mano a mano;

  84. E quando miro in cielo arder le stelle;

  85. Dico fra me pensando:

  86. A che tante facelle?

  87. Che fa l'aria infinita, e quel profondo

  88. Infinito seren? che vuol dir questa

  89. Solitudine immensa? ed io che sono?

  90. Così meco ragiono: e della stanza

  91. Smisurata e superba,

  92. E dell'innumerabile famiglia;

  93. Poi di tanto adoprar, di tanti moti

  94. D'ogni celeste, ogni terrena cosa,

  95. Girando senza posa,

  96. Per tornar sempre là donde son mosse;

  97. Uso alcuno, alcun frutto

  98. Indovinar non so. Ma tu per certo,

  99. Giovinetta immortal, conosci il tutto.

  100. Questo io conosco e sento,

  101. Che degli eterni giri,

  102. Che dell'esser mio frale,

  103. Qualche bene o contento

  104. Avrà fors'altri; a me la vita è male.

  105. O greggia mia che posi, oh te beata,

  106. Che la miseria tua, credo, non sai!

  107. Quanta invidia ti porto!

  108. Non sol perché d'affanno

  109. Quasi libera vai;

  110. Ch'ogni stento, ogni danno,

  111. Ogni estremo timor subito scordi;

  112. Ma più perché giammai tedio non provi.

  113. Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,

  114. Tu se' queta e contenta;

  115. E gran parte dell'anno

  116. Senza noia consumi in quello stato.

  117. Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,

  118. E un fastidio m'ingombra

  119. La mente, ed uno spron quasi mi punge

  120. Sì che, sedendo, più che mai son lunge

  121. Da trovar pace o loco.

  122. E pur nulla non bramo,

  123. E non ho fino a qui cagion di pianto.

  124. Quel che tu goda o quanto,

  125. Non so già dir; ma fortunata sei.

  126. Ed io godo ancor poco,

  127. O greggia mia, né di ciò sol mi lagno.

  128. Se tu parlar sapessi, io chiederei:

  129. Dimmi: perché giacendo

  130. A bell'agio, ozioso,

  131. S'appaga ogni animale;

  132. Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?

  133. Forse s'avess'io l'ale

  134. Da volar su le nubi,

  135. E noverar le stelle ad una ad una,

  136. O come il tuono errar di giogo in giogo,

  137. Più felice sarei, dolce mia greggia,

  138. Più felice sarei, candida luna.

  139. O forse erra dal vero,

  140. Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:

  141. Forse in qual forma, in quale

  142. Stato che sia, dentro covile o cuna,

  143. È funesto a chi nasce il dì natale.

 

Che fai tu luna in ciel! Dimmi che fai

o luna amica del silenzio?

Spunti la sera e vai illuminando i deserti,

quindi tramonti non sei ancora soddisfatta di ripercorrere gli eterni sentieri del cielo (i sempiterni calli)?.

Non provi affatto noia (non prendi a schivo), sei ancora desiderosa di contemplare queste terre?

La vita del pastore è simile alla tua.

Si alza alle prime luci dell’alba e spinge il gregge oltre il suo campo, per vedere altri greggi, altre fontane, altri prati;

infine stanco si riposa al sopraggiungere della sera:

non spera di vedere mai cose diverse.

Dimmi o luna, che significato ha la vita del pastore,

e la vostra vita per voi?

Dimmi: dove è destinato questo mio breve vagare

e il tuo percorso immortale ?

 

 

 

Vecchio coi capelli bianchi, malato,

mal vestito e scalzo,

con un pesantissimo (gravissimo) fardello sulle spalle,

attraverso le montagne e le valli,

attraverso sassi sporgenti, sabbia e cespugli,

con il vento con la tempesta, sia d’estate quando fa caldo,

sia d’inverno quando tutto è gelo,

come senza mai fermarsi,

attraversa torrenti e paludi, cade,

si rialza, e si rimette poi in cammino senza riposarsi

 rifocillarsi mai, lacero, sanguinoso;

fino a quando arriva nel luogo dove tutte le sue fatiche

furono indirizzate (morte), orrido abisso, smisurato, nel quale, precipitando, dimentica ogni cosa.

Intatta Luna, questa è la vita degli uomini.

 

 

L’uomo nasce a fatica,

e già alla nascita rischia di morire.

Per prima cosa prova angoscia e sofferenza;

e già in principio i genitori cercano

di consolarlo per essere nato.

Poi man mano che cresce ,

i genitori lo sostengono e cercano,

in seguito di incoraggiarlo (fargli core) con azioni e parole,

e cercano pure di consolarlo:

i genitori non compiono altro compito

più gradito di questo.

Ma perché far nascere, perché mantenere

poi in vita chi bisogna (convenga = sia necessario) consolare?

Se la vita è sventura,

perché si sopporta (si dura)?

Inarrivabile Luna, tale

è la condizione degli uomini.

Ma tu non sei mortale

e forse poco ti importa (ti cale) delle mie parole.

 

 

Eppure tu, solitaria, eterna viandante del cielo,

che sei così pensierosa, tu forse capisci

che cosa sia questa vita terrena, le nostre sofferenze, i sospiri,

che cosa sia questo morire, questo estremo impallidimento (scolorare del sembiante: Leopardi allude al biancore della morte) del viso,

questo scomparire della terra,

e il venir meno a ogni solita compagnia di amici.

Anche tu certamente comprendi il perché delle cose,

e vedi l’utilità del mattino, della sera,

del silenzioso incessante trascorrere del tempo.

Tu sai, certamente, a qual suo dolce amore sorrida la primavera,

a chi sia d’aiuto il caldo, e che cosa procuri l’inverno con i suoi ghiacciai.

Tu conosci mille cose, né riscopri altrettante,

che sono nascoste al semplice pastore.

Spesso quando io ti contemplo

mentre stai silenziosa sulla solitaria pianura,

che all’orizzonte confina con il cielo;

oppure mentre mi segui quando

sono in compagnia della mia greggia;

e quando guardo in cielo luccicare le stelle,

dico pensando fra me:

che fanno tante stelle (facelle)? che cosa fa l’aria infinita e quel profondo sereno infinito? Che cosa significa questa solitudine immensa? E io che cosa sono?

Così ragiono nella mia mente: e io non so trovare alcuna utilità, alcuna ragione, sia intorno alla vita dell’universo (stanza...superba), sia intorno alla umanità (innumerabile famiglia);

e poi non so pure trovare il significato dei numerosi

movimenti degli astri, delle cose terrene

che girando senza posa ritornano poi

al punto di partenza.

Ma tu sicuramente conosci già il tutto.

Questo soltanto io so, che dell’eterno movimento

delle sfere celesti, del mio essere

fragile (frale = fragile, effimero)

qualche utilità e gioia l’avrà forse qualcun altro;

per me la vita è male.

 

O gregge mia che riposi, o te beata che,

credo non conosci la tua miseria!

Quanta invidia ti porto!

Non solamente perché sei sgombra di ogni dolore;

che ogni fatica, ogni danno,

ogni paura dimentichi subito;

ma perché non sai che cosa sia la noia (tedio).

Quando ti siedi all’ ombra sul prato

sei tranquilla e contenta;

ma non provi la mia stessa noia.

Anche io sto seduto sul prato, all’ombra,

e  un pensiero mi angoscia, mi opprime la mente, e l’ ansia quasi mi spinge, così che, stando seduto,

sono molto lontano dal trovare pace e riposo.

Eppure non desidero nulla,

e non ho fino a qui, alcuna ragione di pianto.

Io non so ripetere quanto tu gioisca; ma certamente sei fortunata.

Io invece sono poco felice,

o gregge mia e non mi lamento solamente di questo.

Se tu sapessi parlare, io ti chiederei:

perché riposando nell’ozio

ogni animale è contento,

invece, se io giaccio in riposo

vengo assalito dalla noia (tedio = qui, noia esistenziale)?

 

Forse, se io avessi le ali (ale)

e potessi volare sopra le nubi,

e contare le stelle ad una ad una,

oppure potessi errare come il tuono di colle in colle,

sarei più felice, dolce mia greggia,

sarei più contento, candida Luna .

O forse il mio pensiero si allontana dalla verità (erra dal vero),

quando guarda alla sorte altrui:

forse in qualunque forma, in qualunque condizione dentro una tana o una culla (cuna) , il dì natale è un giorno di lutto per chi nasce.

   
             

Tema: Il “Canto notturno di un pastore errante dell’ Asia” è stato composto a Recanati nel 1830. Appartiene al periodo pisano – recanatese dell’ autore. L’idea del canto fu suggerita al poeta dalla letteratura di un passo di un articolo riportato sul Journal des Savants. Nell’ articolo si legge che "alcuni pastori nomadi dell’Asia Centrale sono soliti trascorrere le notti all’aperto e seduti su una pietra rivolgono delle parole malinconiche alla Luna". Questa lettura è stata l’idea occasionale per la composizione del canto.

Nel canto il pastore errante pone diverse domande alla luna sulla vita e sull’ esistenza dell’ essere umano, pur sapendo che lei è un essere immateriale.

Nel canto la luna ha un ruolo centrale. E’ la confidente del pastore, raccoglie i suoi dubbi e le sue preoccupazioni, sembra essere una presenza consolatrice anche se è un essere immateriale che non può dare risposte. Di questo limite il pastore si accorge infatti sorge il dubbio che la luna, non essendo mortale, partecipi alla generale indifferenza della natura. Il pastore nonostante questo silenzio crede comunque che forse quell’essere immateriale comprenda il senso dei suoi desideri, più in generale dei desideri umani.

Questo canto mette in risalto la teoria del pessimismo cosmico.

Secondo Leopardi la natura è una matrigna. L’uomo nasce al solo scopo di morire perché l’ esistenza è un ciclo continuo di distruzione della materia. L’infelicità umana è una realtà concreta che domina l’ universo. Anche questo aspetto è messo in evidenza nel canto perché il pastore nel silenzio non riesce ad essere tranquillo ma è dominato dalla paura e dall’ insicurezza.

Si contrappone alla natura la ragione come efficiente strumento conoscitivo capace di svelare le contraddizioni del reale. La ragione non conduce alla felicità, rende l’ uomo consapevole della propria condizione e lo libera da false credenze.

 

Forma metrica: Canzone libera articolata in sei strofe libere di varia lunghezza (endecasillabi e settenari). Ciascuna strofa si conclude con una parola che termina in "ale" e che fa rima con uno dei versi precedenti. Il linguaggio, a differenza che in altri canti, è quasi spoglio, sobrio.