| Qui sulla pendice (schiena) riarsa del tremendo |
| (formidabil, latinamente 'spaventevole') |
| distruttore (sterminator) monte Vesuvio (Vesevo, latinismo), |
| che nessun altro tipo di vegetazione allieta, |
| spargi i tuoi cespi solitari intorno, profumata ginestra, |
| appagata dai deserti (mostrando di non sdegnare i deserti,anzi |
| quasi di prediligerli). Ti vidi un’altra volta |
| abbellire con i tuoi steli anche le solitarie campagne che |
| circondano Roma (la cittade) |
| la quale città (Roma) fu un tempo dominatrice di popoli, |
| e sembra che (par che) (le contrade) |
| con il loro cupo e silenzioso aspetto testimonino e |
| ricordino al viandante (passeggero) il grande impero perduto. |
| Ti rivedo ora in questo suolo tu che sei amante |
| di luoghi tristi e abbandonati dal mondo, |
| e sempre compagna di grandezze decadute. |
| Questi campi cosparsi |
| di ceneri sterili e ricoperti |
| dalla lava solidificata (impietrata), |
| che risuona sotto i passi del viandante, |
| dove si annida e si contorce al sole |
| sotterranea il serpente, e dove all’abituale tana |
| torna il coniglio; |
| furono (la serie fur...fur...fur... sottolinea e oppone) |
| prosperi e campi incolti, e biondeggiarono di messi, |
| e risuonarono di muggiti di mandrie; |
| furono giardini e ville sontuose, |
| all'ozio dei potenti soggiorno gradito (poichè queste |
| città erano stazioni turistiche); e furono città famose |
| che il vulcano indomabile, vomitando (fulminando: spargendo |
| lava) torrenti di lava dalla sua bocca di fuoco (ignea) |
| distrusse insieme con i loro abitanti. |
| Ora invece una sola rovina avvolge tutto quanto (involve), |
| là dove tu dimori, o fiore gentile e, quasi |
| compiangendo (commiserando) le altrui miserie, |
| emani un profumo dolcissimo che sale verso il cielo e |
| che consola questo luogo di desolazione. Venga in questi |
| luoghi colui che suole elogiare (esaltar con lode, esaltare |
| con enfasi, con convinzione cieca) la nostra umana condizione |
| (il nostro stato) e guardi quanto la natura benigna, amorevole |
| (amante, detto con sarcasmo) si curi del genere umano. E qui |
| potrà anche giudicare esattamente la potenza (possanza) |
| del genere umano, che la natura, crudele nutrice, |
| quando l’uomo meno se lo aspetta (ov'ei men teme), |
| con una scossa impercettibile in parte |
| distrugge in un momento e può con scosse un po’ |
| meno lievi annientare del tutto all'improvviso (subitamente). |
| Su questi pendii sono rappresentate |
| le sorti splendide e in continuo progresso |
| dell’umanità (la citazione proviene dalla dedica che il cugino |
| del poeta, Terenzio Mamiani, premetteva agli Inni Sacri). |
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Qui guarda e ammira rispecchiato te stesso (ti specchia),
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secolo superbo (perchè pensi di dominare la natura e credi
|
nel progresso) e stolto (perchè non ti rendi conto delle minacce
|
che sovrastano il mondo), che hai lasciato la via percorsa fino
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ad ora prima di te dal pensiero risorto con il Rinascimento (il
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risorto pensier, che aveva sgombrato tutte le oscurità del
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medioevo) e, tornato indietro (volti addietro i passi), per di
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più ti vanti del procedere a ritroso (del ritornar) e lo chiami
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progresso. Tutti gli uomini d'ingegno, di cui la sorte malvagia
|
(sorte rea) ti rese padre (poichè davvero meritavano di vivere
|
in un secolo migliore) e queste tue manifestazioni di infantile
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insensatezza (al tuo pargoleggiar), vanno applaudendo la tua
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follia, benché, talvolta, nel loro intimo, ti scherniscano. A me
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non accadrà di lasciare questa vita macchiato di una simile
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vergogna (opposizione al conformismo che regna tra gli uomini
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d'ingegno), ma avrò (prima) mostrato nel modo più esplicito il
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disprezzo che è chiuso (si serra) nel mio animo verso di te,
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benché io sappia che chi non piacque (ai propri contemporanei)
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è destinato alla dimenticanza (preme, latinamente, corrisponde
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ad 'avvolge,ricopre').Di questo male (cioè l'essere dimenticato)
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che condivido con te (cioè con il secolo), fin d'ora non mi
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importa nulla (mi rido). Sogni la libertà (vai sognando, rende
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l'idea dell'illusione) e nel contempo vuoi servo il pensiero in
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virtù del quale soltanto risorgemmo in parte dalla barbarie
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medioevale e in nome del quale soltanto è cresciuta la civiltà,
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che sola guida i destini dei popoli verso il progresso. Tanto ti
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spiacque la verità relativa alla sorte dolorosa (aspra sorte) e
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alla condizione miserevole che la natura ci ha dato.
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Per questo volgesti le spalle al pensiero (lume - l'oggetto è il
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vero, con allusione in particolare alla filosofia dell'illuminismo)
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che lo rivelò (il fè palese) e, mentre fuggi, definisci vile chi
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segue queste dottrine e magnanimo colui che esalta fino alle
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stelle la condizione umana, illudendo se stesso o gli altri
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e mostrandosi così astuto (se inganna gli altri) o folle
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(se inganna se stesso).
|
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Un uomo di umile condizione (povero stato) ed infermo, che
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abbia grandezza d’animo e nobili sentimenti,
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non si vanta né si illude di essere
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ricco o forte (ricco d'or né gagliardo) e non
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ostenta ridicolmente una vita splendida
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o un fisico in piena salute fra la gente;
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ma si lascia vedere, senza vergognarsene,
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debole e povero (di forza e di tesor mendico)
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e si dichiara tale apertamente
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e mostra la sua condizione
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secondo quello che è in realtà.
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Non credo che sia un essere (animale=sinedocche) magnanimo
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(riprendendo il magnanimo del v.84), ma stolto colui che,
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nato per morire, cresciuto in mezzo ai dolori (nutrito in pene),
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dice: sono stato fatto per essere felice (a goder son fatto)
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e stende scritti pieni di orgoglio disgustoso,
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promettendo esaltanti destini e nuove felicità (riprende le
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magnifiche sorti e progressive del v.51), quali
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(non solo questa terra) anche il cielo intero ignora,
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a popoli che un maremoto (un'onda di mar commosso),
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una pestilenza (un fiato d'aura maligna), un terremoto
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(un sotterraneo crollo) può distruggere
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in un modo tale che a stento (a gran pena)
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rimane il ricordo di essi.
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Nobile creatura è (al contrario) quella che ha
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il coraggio di guardare (a sollevar s'ardisce
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gli occhi mortali) in faccia il destino
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umano (comun fato) e apertamente (con franca lingua),
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senza togliere nulla al vero,
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ammette il male che ci è stato dato in sorte
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e la nostra insignificante e fragile condizione;
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è quella (con richiamo al verso 111, cioè quella natura)
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che si rivela grande e forte nelle sofferenze,
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e non aggiunge alle sue miserie gli odi e le ire fraterne,
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più gravi ancora di ogni altro danno,
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incolpando l'uomo del suo dolore,
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ma dà la colpa a quella che è davvero responsabile
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(è rea), che è madre dei mortali perchè li ha generati,
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ma matrigna nella volontà (per il trattamento che riserva loro).
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Chiama nemica costei (la natura),
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e pensando che contro costei sia unita (congiunta),
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come realmente è (siccome è il vero), e ordinata fin dalla sua
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prima origine, la società umana (l'umana compagnia)
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ritiene (estima) che tutti gli uomini siano alleati fra loro,
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e tutti abbraccia con amore vero,
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prestando valido e sollecito aiuto
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e aspettandolo (a seconda delle circostanze) nei pericoli
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che minacciano or gli uni or gli altri e nelle sofferenze della lotta
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che li accomuna (di tutti gli esseri umani contro la natura). E
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armarsi e porre insidie e ostacoli per contrastare un altro uomo
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(al vicino) (il soggetto è sempre la nobil natura v.111) sia
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cosa stolta così come sarebbe sciocco in un campo (di battaglia)
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circondato da nemici (d'oste contraria), nel più aspro
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infuriare degli assalti (in sul più vivo incalzar degli assalti),
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dimenticandosi dei nemici, aprire ostilità crudeli
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e feroci contro i propri compagni e fare
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stragi con la spada (fulminar col brando) tra i commilitoni
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(l'inimicizia umana fa il gioco del nemico, cioè della natura).
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Quando siffatte considerazioni (così fatti pensieri) quando
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saranno, come furono un tempo (per effetto delle dottrine
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illuministiche), evidenti al popolo (palesi al volgo), e quel
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terrore che per primo spinse gli esseri umani a stringere
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legami sociali contro la natura malvagia (è l'idea derivante dalle
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dottrine settecentesche, es. Rousseau) sarà ricondotto da vera
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sapienza, allora i rapporti civili ispirati ad onestà e rettitudine
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(l'onesto e il retto conversar cittadino), giustizia e pietà,
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avranno un ben diverso fondamento (altra radice) che non
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le fantasie piene di presunzione e prive di consistenza (fole,
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superbe perchè pretendono di fare dell'uomo un essere felice),
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basandosi sulle quali la probità dell'umanità (volgo) sta in piedi,
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così come può stare in piedi tutto quello che si fonda sull’errore.
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Spesso in questi luoghi alle pendici del vulcano che,
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desolate, la lava solidificata ricopre di scuro, e sembra
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accavallarsi come onde marine (par che ondeggi, quasi fosse
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ancora incandescente), trascorro la notte; e sulla campagna
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triste in azzurro purissimo
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vedo dall’alto brillare le stelle,
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alle quali (cui, le stelle) da lontano il mare fa da specchio,
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e (vedo) tutto intorno (in giro) di scintille
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nella cavità serena, immensa, del cielo brillare il mondo.
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E fissando quelle luci (che gli occhi a quelle luci appunto),
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che agli occhi (a lor) sembrano un punto (cioè piccolissime),
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mentre sono tanto grandi (immense) che un punto, rispetto a
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loro, sono in verità (veracemente, in opposizione a sembrano
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del v.168) la terra e il mare; alle quali (cui, le stelle)
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non solo l’uomo, ma anche questo
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pianeta (globo) dove l’uomo è nulla,
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è sconosciuto del tutto; e quando scruto
|
quella ancora lontana
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nebulosa (nodi quasi di stelle),
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che a noi pare quasi nebbia, a cui (mentre a essi: i nodi) non
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solo l’uomo o la terra, ma tutte le nostre stelle,
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infinite nel numero e nella grandezza (mole),
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compreso il sole luminoso
|
o sono sconosciute, o così appaiono, come
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loro stesse alla terra, un punto di luce nebbiosa (nebulosa);
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al pensiero mio cosa sembri allora, o genere umano (prole
|
dell'uomo)? (la prole dell'uomo è nulla
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se confrontata alla vastità dei cieli). E io, ricordando la tua
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condizione miserevole (il tuo stato quaggiù), di cui (fa segno)
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è testimonianza il suolo che io calpesto (nel senso che sei
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fango, polvere) e poi dall'altra parte che ti credi destinata ad
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essere dominatrice (signora) e scopo (fine) ultimo dell’universo
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(al Tutto), e (ricordando) quante volte ti piacque raccontare
|
che in questo oscuro granello di sabbia, che ha nome Terra,
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scendevano per causa tua i creatori (autori) dell’universo
|
(gli Dei), e conversavano spesso con piacere insieme agli uomini
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(co' tuoi, sta per: coi mortali; fa riferimento alla credenza che
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gli Dei scendessero tra i mortali) e che perfino il secolo attuale
|
(la presente età), che pare superiore alle precedenti età per
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sapere e civiltà, reca insulto ai saggi rinnovando dei sogni ormai
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ridicoli (col restaurare certe credenze religiose),quale sentimento
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quale pensiero, infelice umanità (mortal prole infelice) assale
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infine il mio cuore? Non so se prevale il riso (per la tua stolta
|
superbia) o la pietà (per la tua cecità, la tua miseria).
|
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Come un piccolo frutto, in autunno inoltrato,
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la sola maturazione, senza il concorso di
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altre forze (maturità senz'altra forza) fa
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precipitare a terra, e cadendo schiaccia,
|
annienta e sommerge (copre)
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in un attimo i nidi scavati nel molle terreno
|
dalle formiche con grande fatica e lavoro
|
e provviste che quella gente laboriosa (l'assidua gente,
|
le formiche) avevano accumulato con previdenza, a gara,
|
durante l’estate; allo stesso modo le tenebre
|
ed una valanga (ruina) di ceneri,
|
di rocce laviche (pomici) e di pietre,
|
miste a ruscelli di lava (bollenti)
|
piombando dall’alto,
|
(dopo esser stata) scagliata
|
verso il cielo dalle viscere fragorose
|
(utero tonante) del vulcano,
|
oppure un’immensa piena di
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massi liquefatti, e di metalli e
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di sabbia (arena) infuocata,
|
scendendo furiosa tra l'erba lungo
|
il pendio della montagna,
|
sconvolse (confuse),
|
distrusse (infranse) e ricoprì (ricoperse)
|
in pochi istanti le città che il mare lambiva là sulla costa:
|
per cui su quelle (città) ora pascola la capra,
|
e nuove città sorgono dall’altra parte sopra quelle sepolte
|
(a cui sgabello son le sepolte) e l’alto monte quasi
|
calpesta con il suo piedele mura cadute (prostrate mura).
|
La natura non nutre più attenzione, nè maggiore considerazione
|
per la specie umana (seme dell'uom) che per la formica,
|
e se avviene che le stragi sono meno frequenti tra
|
gli uomini che tra le formiche, ciò dipende solo dal fatto
|
che la stirpe degli uomini è meno feconda (cioè gli uomini
|
sono meno numerosi delle formiche: è dunque una questione statistica.)
|
|
Ben milleottocento anni passarono
|
dopo che sparirono, sepolti dalla forza della lava
|
infuocata, le città popolose (i popolati seggi)
|
e il contadino (villanello) intento alla cura
|
dei vigneti, che a stento in questi campi
|
la terra arida e bruciata fa crescere,
|
ancora alza lo sguardo con apprensione
|
alla sommità del vulcano (vetta fatal),
|
che per nulla divenuta più mite,
|
ancora lo sovrasta tremenda,
|
ancora minaccia strage a lui ed ai figli e ai
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loro miseri averi (averi lor poverelli). E spesso
|
il meschino trascorrendo la notte
|
insonne all’aperto sul tetto della modesta
|
abitazione e sobbalzando più volte (per la paura),
|
scruta con attenzione l’avanzare del fronte
|
lavico (bollor) che si riversa dalle
|
viscere (grembo) inesauribili del vulcano sul
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pendio sabbioso (arenoso dorso, richiama l'arida schiena-v.1),
|
al cui bagliore riluce la marina di Capri,
|
il porto di Napoli e Mergellina.
|
E se lo vede avvicinarsi (il fronte lavico),
|
o se mal sente gorgogliare nella profondità (nel cupo)
|
del pozzo di casa l’acqua che ribollendo (fervendo),
|
subito sveglia i figli e la moglie e fugge via,
|
portando con sé quante più cose può, e vede da lontano
|
la sua abitazione di sempre (l'usato suo nido),
|
e il piccolo campo, che fu l’unica difesa
|
dalla fame, preda della lava
|
(flutto rovente) che avanza crepitando,
|
e inesorabile (inesorato) per sempre
|
si distende sul campo e sulla casa.
|
Dopo un oblio di secoli (l'antica obblivion)
|
torna alla luce del sole Pompei,
|
cancellata dall’eruzione, come
|
uno scheletro, che il desiderio di tesori o
|
la pietà restituisce all'aria aperta, togliendolo dalla terra;
|
e dal foro deserto (che gli scavi hanno restituito alla luce)
|
il visitatore (il pellegrino), in piedi tra le file
|
delle colonne spezzate, contempla da lontano
|
la doppia cima (bipartito giogo) del vulcano (il Vesuvio
|
e il monte Somma) e il pennacchio di fumo che
|
ancora minaccia le rovine sparse intorno (della città).
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E nell’orrore della notte che cela ogni cosa (secreta),
|
per i vuoti teatri,
|
per i templi devastati (deformi, che la lava ha intaccato,
|
deturpato) e per le case distrutte (rotte), dove il pipistrello
|
nasconde i piccoli, come una fiaccola sinistra che
|
lugubre (atra) si aggiri per i palazzi vuoti (vòti palagi),
|
corre il bagliore della lava mortale,
|
che da lontano rosseggia nelle tenebre della notte
|
e colora i luoghi tutto intorno.
|
Così indifferente all’uomo, alle età che egli
|
chiama antiche e al susseguirsi delle generazioni (del seguir che fanno
|
dopo gli avi i nepoti),
|
la natura si mantiene sempre giovane e vigorosa (verde),
|
e anzi il suo cammino è così lungo ch'ella sembra star ferma.
|
Cadono intanto i regni, si succedono genti e lingue diverse:
|
ella non vi fa caso (nol vede, non se ne avvede) e nonostante
|
questo l'uomo si vuole arrogare il vanto di essere eterno.
|
|
E tu, flessibile (lenta - è attribuito da Virgilio nelle Georgiche:
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lentae genistae) ginestra, con i tuoi cespugli profumati adorni
|
queste campagne desolate (è un'immagine simbolica: il fatto che
|
la ginestra allieti del suo profumo rappresenta il conforto che
|
poeta e la poesia arrecano nella deserta desolazione della vita).
|
anche tu (come il poeta,similitudine
poeta=ginestra) presto
|
soccomberai alla crudele prepotenza del vulcano, la cui lava
|
(sotterraneo foco)tornando al luogo già altra volta visitato
|
(per questo già noto) stenderà il suo mantello avido di morte
|
(avaro) sulle tenere selve di ginestre. E tu, senza opporre
|
resistenza (perchè vana) piegherai (con dignità) il tuo capo
|
innocente sotto il peso della lava (fascio mortal): ma senza
|
averlo piegato prima (riferito a v.306) inutilmente (indarno)
|
dinnanzi all'oppressore futuro (in futuro è l'idea di un nemico
|
sempre in agguato), ma neanche levato con folle orgoglio fino
|
alle stelle o nel deserto dove, tu sei nata e hai dimora non per
|
tua volontà, ma per caso fortuito; ma più saggia, e certamente
|
meno insensata (inferma, nel senso di insicura) dell’uomo, in
|
quanto non hai mai avuto la presunzione di ritenere le tue stirpi
|
immortali per merito tuo o del destino. Il verso finale, che si
|
riferisce sintatticamente alla ginestra, è invece rivolto all’uomo.
|
|