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L'anno che
Gesucristo impastò er monno,
ché pe
impastallo già c'era la pasta,
verde lo
vorze fà, grosso e ritonno,
all'uso d'un
cocommero de tasta.
Fece un
zole, una luna, e un mappamonno,
ma de
stelle poi dí una catasta:
sú
ucelli, bestie immezzo, e pesci in fonno:
piantò
le piante, e doppo disse: "Abbasta".
Me
scordavo de dì che creò l'omo,
e coll'omo
la donna, Adamo e Eva;
e je
proibbì de nun toccaje un pomo.
Ma
appena che a maggnà l'ebbe viduti,
strillò
per Dio con quanta voce aveva:
"Ommini
da vienì, sete futtuti".
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Gesucristo
= sta per Dio Padre, secondo uno scambio che doveva essere frequente nel
linguaggio popolare. Questo errore contribuisce a sottolineare il tono
disincantato del sonetto.
impastallo
già c'era la pasta = in questo modo il Poeta degrada la sublimità
del concetto di creazione; per creare il mondo Dio doveva già possedere
la materia prima, preesistente all'atto della creazione stessa.
vorze =
volle; ritonno = rotondo;
all'uso d'un cocommero de tasta = alla maniera di un cocomero
d'assaggio (la tasta è il tassello che s'incide nei cocomeri per
accertarsi che siano maturi).
mappamonno = globo terrestre; poi dí = puoi dire; catasta
= una quantità enorme; sú = in alto, nell'aria; immezzo =
sulla superficie terrestre; in fonno = in fondo al mare;
Abbasta = basta.
proibbí = intimò; nun toccaje = da notare la costruzione
negativa dopo il verbo proibbì.
Ommini da vienì, sete futtuti = uomini a venire, futuri (da vienì)
siete (sete) rovinati |
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Tema:
Questa trascrizione popolaresca della creazione del mondo è uno dei primi
sonetti di Belli. Venne composto a Terni il 4 ottobre 1831 e dà avvio al
filone dei sonetti sugli episodi della Bibbia.
La creazione del mondo è
descritta con tono favolistico come il tiro mancino di un Creatore spinto dalla vendetta.
La prima quartina fa riferimento a due metafore
alimentari: pasta e coccomero. Inoltre nei primi due versi Belli utilizza gli
errori teologici popolari dove non Dio ma Gesù è l'autore dell'universo che non
viene creato dal nulla ma "impastato" da una materia informe, che già era pronta
(già c'era la pasta), non creata dunque.
La seconda quartina mostra un Dio giardiniere,
all'apparenza benevolo, ma che nell'ultima terzina sentenzia con maligna
soddisfazione l'inutilità dello sviluppo futuro del genere umano
(l'effetto comico-paradossale è reso attraverso l'immagine di un Dio
che, fortemente irritato si lascia andare a gridare
con un gran vocione).
Nella Bibbia belliana Dio è un tiranno e
persecutore, un Dio che sta sempre dalla parte dei potenti e che
manifesta il suo potere con divieti incomprensibili e punizioni eterne,
angariando i comuni mortali condannandoli all'immutabilità di una
condizione umana misera, ad una vita d'inferno che non cambierà neppure
dopo la morte perchè proseguirà con l'inferno dell'al di là.
A
differenza dei racconti Biblici
per Belli
gli
uomini non hanno nessuna possibilità di redenzione e di riscatto, come
declamato da Dio stesso
in conclusione del sonetto. Non c'è
nessuna speranza di redenzione perché chi dovrebbe operarla è un popolo
inetto e spregevole tanto quanto chi lo comanda.
Emerge quindi
il radicale pessimismo di Giuseppe Gioacchino Belli che assume
sfumature nihiliste.
Forma
metrica:
sonetto a schema ABAB, ABAB, CDC, EDE.
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