1. Qui su l'arida schiena

  2. del formidabil monte

  3. sterminator Vesevo,

  4. la qual null'altro allegra arbor né fiore,

  5. tuoi cespi solitari intorno spargi,

  6. odorata ginestra,

  7. contenta dei deserti. Anco ti vidi

  8. de' tuoi steli abbellir l'erme contrade

  9. che cingon la cittade

  10. la qual fu donna de' mortali un tempo,

  11. e del perduto impero

  12. par che col grave e taciturno aspetto

  13. faccian fede e ricordo al passeggero.

  14. Or ti riveggo in questo suol, di tristi

  15. lochi e dal mondo abbandonati amante,

  16. e d'afflitte fortune ognor compagna.

  17. Questi campi cosparsi

  18. di ceneri infeconde, e ricoperti

  19. dell'impietrata lava,

  20. che sotto i passi al peregrin risona;

  21. dove s'annida e si contorce al sole

  22. la serpe, e dove al noto

  23. cavernoso covil torna il coniglio;

  24. fur liete ville e colti,

  25. e biondeggiàr di spiche, e risonaro

  26. di muggito d'armenti;

  27. fur giardini e palagi,

  28. agli ozi de' potenti

  29. gradito ospizio; e fur città famose

  30. che coi torrenti suoi l'altero monte

  31. dall'ignea bocca fulminando oppresse

  32. con gli abitanti insieme. Or tutto intorno

  33. una ruina involve,

  34. dove tu siedi, o fior gentile, e quasi

  35. i danni altrui commiserando, al cielo

  36. di dolcissimo odor mandi un profumo,

  37. che il deserto consola. A queste piagge

  38. venga colui che d'esaltar con lode

  39. il nostro stato ha in uso, e vegga quanto

  40. è il gener nostro in cura

  41. all'amante natura. E la possanza

  42. qui con giusta misura

  43. anco estimar potrà dell'uman seme,

  44. cui la dura nutrice, ov'ei men teme,

  45. con lieve moto in un momento annulla

  46. in parte, e può con moti

  47. poco men lievi ancor subitamente

  48. annichilare in tutto.

  49. Dipinte in queste rive

  50. son dell'umana gente

  51. le magnifiche sorti e progressive.

  52. Qui mira e qui ti specchia,

  53. secol superbo e sciocco,

  54. che il calle insino allora

  55. dal risorto pensier segnato innanti

  56. abbandonasti, e volti addietro i passi,

  57. del ritornar ti vanti,

  58. e procedere il chiami.

  59. Al tuo pargoleggiar gl'ingegni tutti,

  60. di cui lor sorte rea padre ti fece,

  61. vanno adulando, ancora

  62. ch'a ludibrio talora

  63. t'abbian fra sé. Non io

  64. con tal vergogna scenderò sotterra;

  65. ma il disprezzo piuttosto che si serra

  66. di te nel petto mio,

  67. mostrato avrò quanto si possa aperto:

  68. ben ch'io sappia che obblio

  69. preme chi troppo all'età propria increbbe.

  70. Di questo mal, che teco

  71. mi fia comune, assai finor mi rido.

  72. Libertà vai sognando, e servo a un tempo

  73. vuoi di novo il pensiero,

  74. sol per cui risorgemmo

  75. della barbarie in parte, e per cui solo

  76. si cresce in civiltà, che sola in meglio

  77. guida i pubblici fati.

  78. Così ti spiacque il vero

  79. dell'aspra sorte e del depresso loco

  80. che natura ci diè. Per questo il tergo

  81. vigliaccamente rivolgesti al lume

  82. che il fe' palese: e, fuggitivo, appelli

  83. vil chi lui segue, e solo

  84. magnanimo colui

  85. che sé schernendo o gli altri, astuto o folle,

  86. fin sopra gli astri il mortal grado estolle.

  87. Uom di povero stato e membra inferme

  88. che sia dell'alma generoso ed alto,

  89. non chiama sé né stima

  90. ricco d'or né gagliardo,

  91. e di splendida vita o di valente

  92. persona infra la gente

  93. non fa risibil mostra;

  94. ma sé di forza e di tesor mendico

  95. lascia parer senza vergogna, e noma

  96. parlando, apertamente, e di sue cose

  97. fa stima al vero uguale.

  98. Magnanimo animale

  99. non credo io già, ma stolto,

  100. quel che nato a perir, nutrito in pene,

  101. dice, a goder son fatto,

  102. e di fetido orgoglio

  103. empie le carte, eccelsi fati e nove

  104. felicità, quali il ciel tutto ignora,

  105. non pur quest'orbe, promettendo in terra

  106. a popoli che un'onda

  107. di mar commosso, un fiato

  108. d'aura maligna, un sotterraneo crollo

  109. distrugge sì, che avanza

  110. a gran pena di lor la rimembranza.

  111. Nobil natura è quella

  112. che a sollevar s'ardisce

  113. gli occhi mortali incontra

  114. al comun fato, e che con franca lingua,

  115. nulla al ver detraendo,

  116. confessa il mal che ci fu dato in sorte,

  117. e il basso stato e frale;

  118. quella che grande e forte

  119. mostra sé nel soffrir, né gli odii e l'ire

  120. fraterne, ancor più gravi

  121. d'ogni altro danno, accresce

  122. alle miserie sue, l'uomo incolpando

  123. del suo dolor, ma dà la colpa a quella

  124. che veramente è rea, che de' mortali

  125. madre è di parto e di voler matrigna.

  126. Costei chiama inimica; e incontro a questa

  127. congiunta esser pensando,

  128. siccome è il vero, ed ordinata in pria

  129. l'umana compagnia,

  130. tutti fra sé confederati estima

  131. gli uomini, e tutti abbraccia

  132. con vero amor, porgendo

  133. valida e pronta ed aspettando aita

  134. negli alterni perigli e nelle angosce

  135. della guerra comune. Ed alle offese

  136. dell'uomo armar la destra, e laccio porre

  137. Al vicino ed inciampo,

  138. stolto crede così qual fora in campo

  139. cinto d'oste contraria, in sul più vivo

  140. incalzar degli assalti,

  141. gl'inimici obbliando, acerbe gare

  142. imprender con gli amici,

  143. e sparger fuga e fulminar col brando

  144. infra i propri guerrieri.

  145. Così fatti pensieri

  146. quando fien, come fur, palesi al volgo,

  147. e quell'orror che primo

  148. contra l'empia natura

  149. strinse i mortali in social catena,

  150. fia ricondotto in parte

  151. da verace saper, l'onesto e il retto

  152. conversar cittadino,

  153. e giustizia e pietade, altra radice

  154. avranno allor che non superbe fole,

  155. ove fondata probità del volgo

  156. così star suole in piede quale star può quel

  157. ch'ha in error la sede.

  158. Sovente in queste rive,

  159. Che, desolate, a bruno

  160. Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,

  161. Seggo la notte; e su la mesta landa

  162. In purissimo azzurro

  163. Veggo dall'alto fiammeggiar le stelle,

  164. Cui di lontan fa specchio

  165. Il mare, e tutto di scintille in giro

  166. Per lo vòto seren brillare il mondo.

  167. E poi che gli occhi a quelle luci appunto,

  168. Ch'a lor sembrano un punto,

  169. E sono immense, in guisa

  170. Che un punto a petto a lor son terra e mare

  171. Veracemente; a cui

  172. L'uomo non pur, ma questo

  173. Globo ove l'uomo è nulla,

  174. Sconosciuto è del tutto; e quando miro

  175. Quegli ancor più senz'alcun fin remoti

  176. Nodi quasi di stelle,

  177. Ch'a noi paion qual nebbia, a cui non l'uomo

  178. E non la terra sol, ma tutte in uno,

  179. Del numero infinite e della mole,

  180. Con l'aureo sole insiem, le nostre stelle

  181. O sono ignote, o così paion come

  182. Essi alla terra, un punto

  183. Di luce nebulosa; al pensier mio

  184. Che sembri allora, o prole

  185. Dell'uomo? E rimembrando

  186. Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno

  187. Il suol ch'io premo; e poi dall'altra parte,

  188. Che te signora e fine

  189. Credi tu data al Tutto, e quante volte

  190. Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro

  191. Granel di sabbia, il qual di terra ha nome,

  192. Per tua cagion, dell'universe cose

  193. Scender gli autori, e conversar sovente

  194. Co' tuoi piacevolmente, e che i derisi

  195. Sogni rinnovellando, ai saggi insulta

  196. Fin la presente età, che in conoscenza

  197. Ed in civil costume

  198. Sembra tutte avanzar; qual moto allora,

  199. Mortal prole infelice, o qual pensiero

  200. Verso te finalmente il cor m'assale?

  201. Non so se il riso o la pietà prevale.

  202. Come d'arbor cadendo un picciol pomo,

  203. Cui là nel tardo autunno

  204. Maturità senz'altra forza atterra,

  205. D'un popol di formiche i dolci alberghi,

  206. Cavati in molle gleba

  207. Con gran lavoro, e l'opre

  208. E le ricchezze che adunate a prova

  209. Con lungo affaticar l'assidua gente

  210. Avea provvidamente al tempo estivo,

  211. Schiaccia, diserta e copre

  212. In un punto; così d'alto piombando,

  213. Dall'utero tonante

  214. Scagliata al ciel profondo,

  215. Di ceneri e di pomici e di sassi

  216. Notte e ruina, infusa

  217. Di bollenti ruscelli

  218. O pel montano fianco

  219. Furiosa tra l'erba

  220. Di liquefatti massi

  221. E di metalli e d'infocata arena

  222. Scendendo immensa piena,

  223. Le cittadi che il mar là su l'estremo

  224. Lido aspergea, confuse

  225. E infranse e ricoperse

  226. In pochi istanti: onde su quelle or pasce

  227. La capra, e città nove

  228. Sorgon dall'altra banda, a cui sgabello

  229. Son le sepolte, e le prostrate mura

  230. L'arduo monte al suo piè quasi calpesta.

  231. Non ha natura al seme

  232. Dell'uom più stima o cura

  233. Che alla formica: e se più rara in quello

  234. Che nell'altra è la strage,

  235. Non avvien ciò d'altronde

  236. Fuor che l'uom sue prosapie ha men feconde.

  237. Ben mille ed ottocento

  238. Anni varcàr poi che spariro, oppressi

  239. Dall'ignea forza, i popolati seggi,

  240. E il villanello intento

  241. Ai vigneti, che a stento in questi campi

  242. Nutre la morta zolla e incenerita,

  243. Ancor leva lo sguardo

  244. Sospettoso alla vetta

  245. Fatal, che nulla mai fatta più mite

  246. Ancor siede tremenda, ancor minaccia

  247. A lui strage ed ai figli ed agli averi

  248. Lor poverelli. E spesso

  249. Il meschino in sul tetto

  250. Dell'ostel villereccio, alla vagante

  251. Aura giacendo tutta notte insonne,

  252. E balzando più volte, esplora il corso

  253. Del temuto bollor, che si riversa

  254. Dall'inesausto grembo

  255. Su l'arenoso dorso, a cui riluce

  256. Di Capri la marina

  257. E di Napoli il porto e Mergellina.

  258. E se appressar lo vede, o se nel cupo

  259. Del domestico pozzo ode mai l'acqua

  260. Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,

  261. Desta la moglie in fretta, e via, con quanto

  262. Di lor cose rapir posson, fuggendo,

  263. Vede lontan l'usato

  264. Suo nido, e il picciol campo,

  265. Che gli fu dalla fame unico schermo,

  266. Preda al flutto rovente,

  267. Che crepitando giunge, e inesorato

  268. Durabilmente sovra quei si spiega.

  269. Torna al celeste raggio

  270. Dopo l'antica obblivion l'estinta

  271. Pompei, come sepolto

  272. Scheletro, cui di terra

  273. Avarizia o pietà rende all'aperto;

  274. E dal deserto foro

  275. Diritto infra le file

  276. Dei mozzi colonnati il peregrino

  277. Lunge contempla il bipartito giogo

  278. E la cresta fumante,

  279. Che alla sparsa ruina ancor minaccia.

  280. E nell'orror della secreta notte

  281. Per li vacui teatri,

  282. Per li templi deformi e per le rotte

  283. Case, ove i parti il pipistrello asconde,

  284. Come sinistra face

  285. Che per vòti palagi atra s'aggiri,

  286. Corre il baglior della funerea lava,

  287. Che di lontan per l'ombre

  288. Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.

  289. Così, dell'uomo ignara e dell'etadi

  290. Ch'ei chiama antiche, e del seguir che fanno

  291. Dopo gli avi i nepoti,

  292. Sta natura ognor verde, anzi procede

  293. Per sì lungo cammino

  294. Che sembra star. Caggiono i regni intanto,

  295. Passan genti e linguaggi: ella nol vede:

  296. E l'uom d'eternità s'arroga il vanto.

  297. E tu, lenta ginestra,

  298. Che di selve odorate

  299. Queste campagne dispogliate adorni,

  300. Anche tu presto alla crudel possanza

  301. Soccomberai del sotterraneo foco,

  302. Che ritornando al loco

  303. Già noto, stenderà l'avaro lembo

  304. Su tue molli foreste. E piegherai

  305. Sotto il fascio mortal non renitente

  306. Il tuo capo innocente:

  307. Ma non piegato insino allora indarno

  308. Codardamente supplicando innanzi

  309. Al futuro oppressor; ma non eretto

  310. Con forsennato orgoglio inver le stelle,

  311. Né sul deserto, dove

  312. E la sede e i natali

  313. Non per voler ma per fortuna avesti;

  314. Ma più saggia, ma tanto

  315. Meno inferma dell'uom, quanto le frali

  316. Tue stirpi non credesti

  317. O dal fato o da te fatte immortali.

 

Qui sulla pendice (schiena) riarsa del tremendo (formidabil, latinamente 'spaventevole') distruttore (sterminator)

monte Vesuvio (Vesevo, latinismo), che nessun altro tipo di vegetazione allieta, spargi i tuoi cespi solitari intorno, profumata ginestra, appagata dai deserti (mostrando di non sdegnare i deserti, anzi quasi di prediligerli).

Ti vidi un’altra volta abbellire con i tuoi steli anche le solitarie campagne che circondano Roma (la cittade) la quale città (Roma)

fu un tempo dominatrice di popoli, e sembra che (par che)

(le contrade)  con il loro cupo e silenzioso aspetto testimonino e ricordino al viandante (passeggero) il grande impero perduto. 

Ti rivedo ora in questo suolo tu che sei amante

di luoghi tristi e abbandonati dal mondo,

e sempre compagna di grandezze decadute.

Questi campi cosparsi di ceneri sterili e ricoperti

dalla lava solidificata (impietrata),

che risuona sotto i passi del viandante,

dove si annida e si contorce al sole

il serpente, e dove all’abituale tana sotterranea

torna il coniglio; furono (la serie fur...fur...fur... sottolinea e oppone alla desolazione il ricordo dello splendore delle città antiche)villaggi prosperi e campi incolti, e biondeggiarono di messi,

e risuonarono di muggiti di mandrie;

furono  giardini e ville sontuose, soggiorno gradito all'ozio dei potenti (poichè queste città erano stazioni turistiche); e furono città famose che il vulcano indomabile, vomitando (fulminando: spargendo lava)torrenti di lava dalla sua bocca di fuoco (ignea) distrusse insieme con i loro abitanti.  Ora invece una sola rovina avvolge tutto quanto (involve), là dove tu dimori, o fiore gentile e, quasi compiangendo (commiserando) le altrui miserie, emani un profumo dolcissimo che sale verso il cielo e che consola questo luogo di desolazione. Venga in questi luoghi colui che suole elogiare (esaltar con lode, esaltare con enfasi, con convinzione cieca) la nostra umana condizione (il nostro stato) e guardi quanto la natura benigna, amorevole (amante, detto con sarcasmo) si curi del genere umano.

E qui potrà anche giudicare esattamente la potenza (possanza)

del genere umano, che la natura, crudele nutrice,

quando l’uomo meno se lo aspetta (ov'ei men teme),

con una scossa impercettibile in parte

distrugge in un momento e può con scosse un po’

meno lievi annientare del tutto all'improvviso (subitamente).

Su questi pendii sono rappresentate le sorti splendide e in continuo

progresso dell’umanità (la citazione proviene dalla dedica che il cugino del poeta, Terenzio Mamiani, premetteva agli Inni Sacri).

 

Qui guarda e ammira rispecchiato te stesso (ti specchia), secolo superbo (perchè pensi di dominare la natura e credi nel progresso) e stolto (perchè non ti rendi conto delle minacce che sovrastano il mondo), che hai lasciato la via percorsa fino ad ora prima di te dal pensiero risorto con il Rinascimento (il risorto pensier, che aveva sgombrato tutte le oscurità del medioevo) e, tornato indietro (volti addietro i passi), per di più ti vanti del procedere a ritroso (del ritornar) e lo chiami progresso. Tutti gli uomini d'ingegno, di cui la sorte malvagia (sorte rea) ti rese padre (poichè davvero meritavano di vivere in un secolo migliore) e queste tue manifestazioni di infantile insensatezza (al tuo pargoleggiar), vanno applaudendo la tua follia, benché, talvolta, nel loro intimo, ti scherniscano. A me non accadrà di lasciare questa vita macchiato di una simile vergogna (opposizione al conformismo che regna tra gli uomini d'ingegno), ma avrò (prima) mostrato nel modo più esplicito il disprezzo che è chiuso (si serra) nel mio animo verso di te, benché io sappia che chi non piacque (ai propri contemporanei) è destinato alla dimenticanza (preme, latinamente, vale 'avvolge, ricopre')Di questo male (cioè l'essere dimenticato), che condivido con te (cioè con il secolo), fin d'ora non mi importa nulla (mi rido). Sogni la libertà (vai sognando, rende l'idea dell'illusione) e nel contempo vuoi servo il pensiero in virtù del quale soltanto risorgemmo in parte dalla barbarie medioevale e in nome del quale soltanto è cresciuta la civiltà, che sola guida i destini dei popoli verso il progresso. Tanto ti spiacque la verità relativa alla sorte dolorosa (aspra sorte) e alla condizione miserevole che la natura ci ha dato. Per questo volgesti le spalle al pensiero (lume) che lo rivelò (il fè palese) (l'oggetto è il vero, con allusione in particolare alla filosofia dell'illuminismo) e, mentre fuggi, definisci vile chi segue queste dottrine e magnanimo colui che esalta fino alle stelle la condizione umana, illudendo se stesso o gli altri e mostrandosi così astuto (se inganna gli altri) o folle (se inganna se stesso).

 

Un uomo di umile condizione (povero stato) ed infermo, che abbia grandezza d’animo e nobili sentimenti, non si vanta né si illude di essere ricco o forte (ricco d'or ne gagliardo) e non ostenta ridicolmente una vita splendida o un fisico in piena salute fra la gente; ma si lascia vedere, senza vergognarsene, debole e

povero (di forza e di tesor mendico) e si dichiara tale

apertamente e mostra la sua condizione

secondo quello che è in realtà.

Non credo che sia un essere magnanimo (riprendendo il magnanimo del v.84), ma stolto colui che , nato per morire,

cresciuto in mezzo ai dolori (nutrito di pene), dice:

sono stato fatto per essere felice (a goder son fatto)

e stende scritti pieni di orgoglio disgustoso,

promettendo esaltanti destini e nuove

felicità (riprende le magnifiche sorti e progressive del v.51),

quali (non solo questa terra) anche il cielo intero ignora,

a popoli che un maremoto (un'onda di mar commosso),

una pestilenza (un fiato d'aura maligna), un terremoto (un sotterraneo crollo) può distruggere in un modo tale

che a stento (a gran pena) rimane il ricordo di essi.

Nobile creatura è (al contrario) quella che ha

il coraggio di guardare (a sollevar s'ardisce gli occhi mortali)

in faccia il destino umano (comun fato)

e apertamente (con franca lingua),

senza togliere nulla al vero, ammette il male

che ci è stato dato in sorte e la nostra

insignificante e fragile condizione;

è quella (con richiamo al verso 111, cioè quella natura)

che si rivela grande e forte nelle sofferenze,

e non aggiunge alle sue miserie gli odi e le ire fraterne,

più gravi ancora di ogni altro danno, incolpando l'uomo

del suo dolore, ma dà la colpa a quella che è davvero

responsabile (è rea), che è madre dei mortali perchè li ha generati,

ma matrigna nella volontà (per il trattamento che riserva loro).

.Chiama nemica costei (la natura), e pensando che contro costei sia unita, come realmente è (siccome è il vero), e ordinata fin dalla sua prima origine, la società umana

ritiene che tutti gli uomini siano alleati fra loro,

e tutti abbraccia con amore vero, prestando valido e sollecito aiuto

e aspettandolo (a seconda delle circostanze)

nei pericoli che minacciano or gli uni or gli altri

e nelle sofferenze della lotta che li accomuna (di tutti gli esseri umani contro la natura). E armarsi e porre insidie e ostacoli

per contrastare un altro uomo (al vicino) (il soggetto

è sempre la nobil natura del v.111) sia cosa stolta così come sarebbe sciocco in un campo (di battaglia) circondato da nemici, nel più aspro infuriare degli assalti (in sul più vivo incalzar degli assalti), dimenticandosi dei nemici, aprire ostilità crudeli e feroci contro i propri compagni e fare stragi con la spada (fulminar col brando) tra i commilitoni (l'inimicizia umana fa il gioco del nemico, cioè della natura). Quando siffatte considerazioni (così fatti pensieri) quando saranno, come furono un tempo (per effetto delle dottrine illuministiche), evidenti al popolo, e quel terrore che per primo spinse agli esseri umani a stringere legami sociali contro la natura malvagia (è l'idea derivante dalle dottrine settecentesche, specie di Rousseau) sarà ricondotto da una vera sapienza, allora i rapporti civili ispirati ad onestà e rettitudine (l'onesto e il retto conversar cittadino), la giustizia e la pietà, avranno un ben diverso fondamento (altra radice) che non le fantasie piene di presunzione e prive di consistenza (fole, superbe perchè pretendono di fare dell'uomo un essere felice), basandosi sulle quali la probità dell'umanità (volgo) sta in piedi, così come può stare in piedi tutto quello che si fonda sull’errore.

Spesso in questi luoghi alle pendici del vulcano che, desolate, la lava solidificata ricopre di scuro, e sembra accavallarsi come onde marine (par che ondeggi, quasi fosse ancora incandescente), trascorro la notte; e sulla campagna triste in azzurro purissimo vedo dall’alto brillare le stelle, alle quali (cui, le stelle) da lontano

il mare fa da specchio, e (vedo) tutto

intorno (in giro) di scintille nella cavità serena,

immensa, del cielo brillare il mondo.

E fissando quelle luci (che gli occhi a quelle luci appunto),

che agli occhi (a lor) sembrano un punto (cioè piccolissime),

mentre sono tanto grandi (immense) che un punto, rispetto a loro, sono in verità (veracemente, in opposizione a sembrano del v.168) la terra e il mare; alle quali (cui, le stelle) non solo l’uomo, ma anche questo pianeta (globo) dove l’uomo è nulla è sconosciuto del tutto;

e quando scruto quella ancora lontana

nebulosa (nodi quasi di stelle), che a noi pare quasi nebbia, a cui (mentre a essi: i nodi) non solo l’uomo o la terra, ma tutte le nostre stelle, infinite nel numero e nella grandezza (mole), compreso

il sole luminoso o sono sconosciute, o così appaiono, come loro stesse alla terra, un punto di luce nebbiosa (nebulosa); al pensiero mio cosa sembri allora, o genere umano (prole dell'uomo)? (la prole dell'uomo è nulla se confrontata alla vastità dei cieli). E io, ricordando la tua condizione miserevole (il tuo stato quaggiù), di cui è testimonianza (fa segno) il suolo che io calpesto (cioè: ricordando che sei fango, polvere) e poi dall'altra parte (ricordando) che ti credi di essere stata destinata ad essere dominatrice (signora) e scopo (fine) ultimo dell’universo (al Tutto), e (ricordando) quante volte ti piacque raccontare che in questo oscuro granello di sabbia che ha nome Terra, scendevano per causa tua gli dei, creatori (autori) dell’universo, e conversavano spesso con piacere insieme agli uomini (co' tuoi = coi mortali; fa riferimento alla credenza che gli dei scendessero e d'intrattenessero coi mortali) e che perfino il secolo attuale (la presente età), che pare di tanto superiore alle età precedenti per conoscenze e grado di civiltà, reca insulto ai saggi rinnovando dei sogni ormai ridicoli (col restaurare certe credenze religiose), quale sentimento o quale pensiero , infelice umanità (mortal prole infelice), assale alla fine il mio cuore? Non so se prevale il riso (per la tua stolta superbia) o la pietà (per la tua cecità, la tua miseria).

 

 

Come un piccolo frutto, in autunno inoltrato,

la sola maturazione, senza il concorso di altre forze

(maturità senz'altra forza) fa precipitare a terra,

e cadendo schiaccia, annienta e sommerge (copre)

in un attimo i nidi scavati nel molle terreno

dalle formiche con grande fatica e lavoro

e provviste che quella gente laboriosa (l'assidua gente,

le formiche) avevano accumulato con previdenza,

a gara, durante l’estate; allo stesso modo

le tenebre ed una valanga (ruina) di ceneri,

di rocce laviche (pomici) e di pietre, miste a ruscelli

di lava (bollenti) piombando dall’alto,

(dopo esser stata) scagliata verso il cielo d

alle viscere fragorose (utero tonante) del vulcano,

oppure un’immensa piena di massi liquefatti,

e di metalli e di sabbia (arena) infuocata,

scendendo furiosa tra l'erba lungo il pendio della montagna,

sconvolse (confuse), distrusse (infranse) e

ricoprì (ricoperse) in pochi istanti le città

che il mare lambiva là sulla costa: per cui su quelle (città)

ora pascola la capra, e nuove città sorgono dall’altra parte

sopra quelle sepolte (a cui sgabello son le sepolte) e

l’alto monte quasi calpesta con il suo piede

le mura cadute (prostrate mura).

La natura non nutre più attenzione, nè maggiore

considerazione per la specie umana (seme dell'uom)

che per la formica, e se avviene che le stragi sono meno frequenti tra gli uomini che tra le formiche, ciò dipende solo dal fatto che la stirpe degli uomini è meno feconda (cioè gli uomini sono meno numerosi delle formiche: è dunque una questione statistica.)

 

Ben milleottocento anni passarono dopo che sparirono,

sepolti dalla forza della lava infuocata,

le città popolose (i popolati seggi) e

il contadino (villanello) intento alla cura dei vigneti,

che a stento in questi campi la terra arida

e bruciata fa crescere, ancora alza

lo sguardo con apprensione alla sommità

del vulcano (vetta fatal), che per nulla

divenuta più mite, ancora lo sovrasta tremenda,

ancora minaccia strage a lui ed ai figli

e ai loro miseri averi (averi lor poverelli). E spesso

il meschino trascorrendo la notte

insonne all’aperto sul tetto della modesta abitazione

e sobbalzando più volte (per la paura), scruta

con attenzione l’avanzare del fronte lavico (bollor)

che si riversa dalle viscere (grembo) inesauribili

del vulcano  sul pendio sabbioso (arenoso dorso, richiama l'arida schiena del v.1), al cui bagliore riluce la

marina di Capri, il porto di Napoli e Mergellina.

E se lo vede avvicinarsi (il fronte lavico),

o se mal sente gorgogliare nella profondità (nel cupo)

del pozzo di casa l’acqua che ribollendo (fervendo),

subito sveglia i figli e la moglie e fugge via,

portando con sé quante più cose può, e vede da lontano

la sua abitazione di sempre (l'usato suo nido),

e il piccolo campo, che fu l’unica difesa dalla fame,

preda della lava (flutto rovente) che avanza crepitando,

e inesorabile (inesorato) per sempre si distende

sul campo e sulla casa.

Dopo un oblio di secoli (l'antica obblivion) torna

alla luce del sole Pompei, cancellata dall’eruzione,

come uno scheletro, che il desiderio di tesori o

la pietà restituisce all'aria aperta, togliendolo dalla terra;

e dal foro deserto (che gli scavi hanno restituito alla luce)

il visitatore (il pellegrino), in piedi tra le file delle colonne spezzate, contempla da lontano la doppia cima (bipartito giogo) del vulcano (il Vesuvio e il monte Somma) e il pennacchio di fumo che ancora minaccia le rovine sparse intorno (della città). E nell’orrore della notte che cela ogni cosa (secreta), per i vuoti teatri, per i templi devastati (deformi, che la lava ha intaccato, deturpato) e per le case distrutte (rotte), dove il pipistrello nasconde i piccoli, come una fiaccola sinistra che lugubre (atra) si aggiri per i palazzi vuoti (vòti palagi), corre il bagliore della lava mortale,  che da lontano rosseggia nelle tenebre della notte e colora i luoghi tutto intorno.

Così indifferente all’uomo, alle età che egli chiama antiche

e al susseguirsi delle generazioni (del seguir che fanno

dopo gli avi i nepoti), la natura si mantiene sempre giovane

e vigorosa (verde), e anzi il suo cammino è così lungo ch'ella sembra star ferma.

Cadono intanto i regni, si succedono genti e lingue diverse: ella non vi fa caso (nol vede, non se ne avvede) e nonostante questo l'uomo si vuole arrogare il vanto di essere eterno.

 

E tu, flessibile (lenta - è attribuito da Virgilio nelle Georgiche: lentae genistae) ginestra, che con i tuoi cespugli profumati adorni queste campagne desolate(immagini simboliche, la ginestra che adorna le campagne rappresenta la virile rassegnazione del poeta e il fatto che allieti del suo profumo rappresenta il conforto che poeta e poesia arrecano nella deserta desolazione della vita), anche tu (come il poeta, similitudine poeta=ginestra) presto soccomberai alla crudele prepotenza del vulcano, la cui lava ("sotterraneo foco") tornando al luogo già altra volta visitato (per questo già noto) stenderà il suo mantello avido di morte (avaro) sulle tenere selve di ginestre. E tu, senza opporre resistenza (perchè vana, inutile) piegherai (con dignità) il tuo capo innocente sotto il peso della lava (fascio mortal): ma senza averlo piegato prima (riferito a capo v.306) inutilmente ("indarno") dinnanzi all'oppressore futuro (in futuro è l'idea di un nemico sempre in agguato), ma neanche levato con folle orgoglio fino alle stelle o sul deserto dove (nel deserto), tu sei nata e hai dimora non per tua volontà, ma per caso fortuito; ma più saggia, ma tanto meno insensata (inferma, nel senso di insicura, debole) dell’uomo, in quanto non hai mai avuto la presunzione di ritenere che la tua stirpe siano divenute immortali per merito tuo o del destino.

Il verso finale, che sintatticamente si riferisce alle stirpi della ginestra, praticamente è invece tutto rivolto all’uomo

   

 

  
 
             
 

Tema: La Ginestra o fiore del del deserto conclude il pensiero filosofico di Leopardi e è praticamente il suo testamento spirituale. Nella canzone si parla della coraggiosa e allo stesso tempo fragile resistenza,  che la ginestra oppone alla lava del Vesuvio, il monte sterminatore, simbolo della natura crudele e distruttiva.  Il delicato fiore coraggiosamente risorge sulla lava impietrata, e con la fragranza dei suoi arbusti sembra rallegrare queste lande desolate. Ma il suo destino è tragicamente segnato da una nuova eruzione, capace di annullare non solo la sua consolante presenza ma - ben più drammaticamente - la presenza dell'uomo in questi luoghi. La ginestra diviene simbolo della condizione umana.

Leopardi in questo canto mette in contrapposizione la smisurata potenza della Natura con la debolezza e fragilità, e direi quasi impotenza, del genere umano: da un lato la Natura che tutto può e dall'altro l'uomo che deve subire ciò che la divinità superiore con i suoi "decreti" ha stabilito per lui; l'insesorabile inimicizia della Natura nei confronti degli uomini in contrasto con la ridicola superbia degli uomini che, pur non essendo nulla, si credono padroni e signori della terra e dell'universo.
Il canto può essere suddiviso in base alle 8 strofe che lo compongono:

  1. La ginestra (versi 1-16)

  2. invettiva contro la natura - ginestra simbolo della poesia (versi 17-51)

  3. invettiva contro a cultura dominante (versi 52-86)

  4. stoltezza e nobiltà dell'uomo - 111-135: la più alta affermazione della propria dignità morale che Leopardi abbia lasciato, espressione definitiva dell'ideale di eroica lotta contro il destino; la magnanima grandezza, unico possibile riscatto dalla miseria della condizione umana, è unita a un ideale di fraternità con gli altri uomini (versi 86-157)

  5. piccolezza dell'uomo, precarietà della condizione umana - visione di spazi cosmici sterminati, immensità gelida incomprensibile e arcana - lo spazio smisurato coincide col nulla (versi 158-201)

  6. cecità della natura cieche e inesorabili sono le forze naturali che casualmente distruggono i viventi nella morte: in ogni caso la Natura segue impassibile il suo eterno corso (versi 202-236)

  7. potenza e insensibilità della natura: non solo sul nuovo, ma anche sulle rovine incombe minacciosa la Natura (versi 237-296)

  8. umiltà e saggezza dell'uomo illuminato (versi 297-317)

Forma metrica: Canzone libera composta di sette stanze libere di diversa dimensione e, spesso, rime al mezzo.

"E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce": nell'epigrafe evangelica (Giovanni, III, 19) è già annunciata l'esaltazione di quella età dei lumi, alla quale più polemicamente si rifarà il Leopardi per contrapporla all’età sua.