Deorum amnium iura sancta sunto

  1. All'ombra de' cipressi e dentro l'urne

  2. confortate di pianto è forse il sonno

  3. della morte men duro? Ove piú il Sole

  4. per me alla terra non fecondi questa

  5. bella d'erbe famiglia e d'animali,

  6. e quando vaghe di lusinghe innanzi

  7. a me non danzeran l'ore future,

  8. né da te, dolce amico, udrò piú il verso

  9. e la mesta armonia che lo governa,

  10. né piú nel cor mi parlerà lo spirto

  11. delle vergini Muse e dell'amore,

  12. unico spirto a mia vita raminga,

  13. qual fia ristoro a' dí perduti un sasso

  14. che distingua le mie dalle infinite

  15. ossa che in terra e in mar semina morte?

  16. Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme,

  17. ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve

  18. tutte cose l'obblío nella sua notte;

  19. e una forza operosa le affatica

  20. di moto in moto; e l'uomo e le sue tombe

  21. e l'estreme sembianze e le reliquie

  22. della terra e del ciel traveste il tempo.

  23. Ma perché pria del tempo a sé il mortale

  24. invidierà l'illusïon che spento

  25. pur lo sofferma al limitar di Dite?

  26. Non vive ei forse anche sotterra, quando

  27. gli sarà muta l'armonia del giorno,

  28. se può destarla con soavi cure

  29. nella mente de' suoi? Celeste è questa

  30. corrispondenza d'amorosi sensi,

  31. celeste dote è negli umani; e spesso

  32. per lei si vive con l'amico estinto

  33. e l'estinto con noi, se pia la terra

  34. che lo raccolse infante e lo nutriva,

  35. nel suo grembo materno ultimo asilo

  36. porgendo, sacre le reliquie renda

  37. dall'insultar de' nembi e dal profano

  38. piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,

  39. e di fiori odorata arbore amica

  40. le ceneri di molli ombre consoli.

  41. Sol chi non lascia eredità d'affetti

  42. poca gioia ha dell'urna; e se pur mira

  43. dopo l'esequie, errar vede il suo spirto

  44. fra 'l compianto de' templi acherontei,

  45. o ricovrarsi sotto le grandi ale

  46. del perdono d'lddio: ma la sua polve

  47. lascia alle ortiche di deserta gleba

  48. ove né donna innamorata preghi,

  49. né passeggier solingo oda il sospiro

  50. che dal tumulo a noi manda Natura.

  51. Pur nuova legge impone oggi i sepolcri

  52. fuor de' guardi pietosi, e il nome a' morti

  53. contende. E senza tomba giace il tuo

  54. sacerdote, o Talia, che a te cantando

  55. nel suo povero tetto educò un lauro

  56. con lungo amore, e t'appendea corone;

  57. e tu gli ornavi del tuo riso i canti

  58. che il lombardo pungean Sardanapalo,

  59. cui solo è dolce il muggito de' buoi

  60. che dagli antri abdüani e dal Ticino

  61. lo fan d'ozi beato e di vivande.

  62. O bella Musa, ove sei tu? Non sento

  63. spirar l'ambrosia, indizio del tuo nume,

  64. fra queste piante ov'io siedo e sospiro

  65. il mio tetto materno. E tu venivi

  66. e sorridevi a lui sotto quel tiglio

  67. ch'or con dimesse frondi va fremendo

  68. perché non copre, o Dea, l'urna del vecchio

  69. cui già di calma era cortese e d'ombre.

  70. Forse tu fra plebei tumuli guardi

  71. vagolando, ove dorma il sacro capo

  72. del tuo Parini? A lui non ombre pose

  73. tra le sue mura la città, lasciva

  74. d'evirati cantori allettatrice,

  75. non pietra, non parola; e forse l'ossa

  76. col mozzo capo gl'insanguina il ladro

  77. che lasciò sul patibolo i delitti.

  78. Senti raspar fra le macerie e i bronchi

  79. la derelitta cagna ramingando

  80. su le fosse e famelica ululando;

  81. e uscir del teschio, ove fuggia la luna,

  82. l'úpupa, e svolazzar su per le croci

  83. sparse per la funerëa campagna

  84. e l'immonda accusar col luttüoso

  85. singulto i rai di che son pie le stelle

  86. alle obblïate sepolture. Indarno

  87. sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade

  88. dalla squallida notte. Ahi! su gli estinti

  89. non sorge fiore, ove non sia d'umane

  90. lodi onorato e d'amoroso pianto.

  91. Dal dí che nozze e tribunali ed are

  92. diero alle umane belve esser pietose

  93. di se stesse e d'altrui, toglieano i vivi

  94. all'etere maligno ed alle fere

  95. i miserandi avanzi che Natura

  96. con veci eterne a sensi altri destina.

  97. Testimonianza a' fasti eran le tombe,

  98. ed are a' figli; e uscían quindi i responsi

  99. de' domestici Lari, e fu temuto

  100. su la polve degli avi il giuramento:

  101. religïon che con diversi riti

  102. le virtú patrie e la pietà congiunta

  103. tradussero per lungo ordine d'anni.

  104. Non sempre i sassi sepolcrali a' templi

  105. fean pavimento; né agl'incensi avvolto

  106. de' cadaveri il lezzo i supplicanti

  107. contaminò; né le città fur meste

  108. d'effigïati scheletri: le madri

  109. balzan ne' sonni esterrefatte, e tendono

  110. nude le braccia su l'amato capo

  111. del lor caro lattante onde nol desti

  112. il gemer lungo di persona morta

  113. chiedente la venal prece agli eredi

  114. dal santuario. Ma cipressi e cedri

  115. di puri effluvi i zefiri impregnando

  116. perenne verde protendean su l'urne

  117. per memoria perenne, e prezïosi

  118. vasi accogliean le lagrime votive.

  119. Rapían gli amici una favilla al Sole

  120. a illuminar la sotterranea notte,

  121. perché gli occhi dell'uom cercan morendo

  122. il Sole; e tutti l'ultimo sospiro

  123. mandano i petti alla fuggente luce.

  124. Le fontane versando acque lustrali

  125. amaranti educavano e vïole

  126. su la funebre zolla; e chi sedea

  127. a libar latte o a raccontar sue pene

  128. ai cari estinti, una fragranza intorno

  129. sentía qual d'aura de' beati Elisi.

  130. Pietosa insania che fa cari gli orti

  131. de' suburbani avelli alle britanne

  132. vergini, dove le conduce amore

  133. della perduta madre, ove clementi

  134. pregaro i Geni del ritorno al prode

  135. cne tronca fe' la trïonfata nave

  136. del maggior pino, e si scavò la bara.

  137. Ma ove dorme il furor d'inclite gesta

  138. e sien ministri al vivere civile

  139. l'opulenza e il tremore, inutil pompa

  140. e inaugurate immagini dell'Orco

  141. sorgon cippi e marmorei monumenti.

  142. Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo,

  143. decoro e mente al bello italo regno,

  144. nelle adulate reggie ha sepoltura

  145. già vivo, e i stemmi unica laude. A noi

  146. morte apparecchi riposato albergo,

  147. ove una volta la fortuna cessi

  148. dalle vendette, e l'amistà raccolga

  149. non di tesori eredità, ma caldi

  150. sensi e di liberal carme l'esempio.

  151. A egregie cose il forte animo accendono

  152. l'urne de' forti, o Pindemonte; e bella

  153. e santa fanno al peregrin la terra

  154. che le ricetta. Io quando il monumento

  155. vidi ove posa il corpo di quel grande

  156. che temprando lo scettro a' regnatori

  157. gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela

  158. di che lagrime grondi e di che sangue;

  159. e l'arca di colui che nuovo Olimpo

  160. alzò in Roma a' Celesti; e di chi vide

  161. sotto l'etereo padiglion rotarsi

  162. piú mondi, e il Sole irradïarli immoto,

  163. onde all'Anglo che tanta ala vi stese

  164. sgombrò primo le vie del firmamento:

  165. - Te beata, gridai, per le felici

  166. aure pregne di vita, e pe' lavacri

  167. che da' suoi gioghi a te versa Apennino!

  168. Lieta dell'aer tuo veste la Luna

  169. di luce limpidissima i tuoi colli

  170. per vendemmia festanti, e le convalli

  171. popolate di case e d'oliveti

  172. mille di fiori al ciel mandano incensi:

  173. e tu prima, Firenze, udivi il carme

  174. che allegrò l'ira al Ghibellin fuggiasco,

  175. e tu i cari parenti e l'idïoma

  176. désti a quel dolce di Calliope labbro

  177. che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma

  178. d'un velo candidissimo adornando,

  179. rendea nel grembo a Venere Celeste;

  180. ma piú beata che in un tempio accolte

  181. serbi l'itale glorie, uniche forse

  182. da che le mal vietate Alpi e l'alterna

  183. onnipotenza delle umane sorti

  184. armi e sostanze t' invadeano ed are

  185. e patria e, tranne la memoria, tutto.

  186. Che ove speme di gloria agli animosi

  187. intelletti rifulga ed all'Italia,

  188. quindi trarrem gli auspici. E a questi marmi

  189. venne spesso Vittorio ad ispirarsi.

  190. Irato a' patrii Numi, errava muto

  191. ove Arno è piú deserto, i campi e il cielo

  192. desïoso mirando; e poi che nullo

  193. vivente aspetto gli molcea la cura,

  194. qui posava l'austero; e avea sul volto

  195. il pallor della morte e la speranza.

  196. Con questi grandi abita eterno: e l'ossa

  197. fremono amor di patria. Ah sí! da quella

  198. religïosa pace un Nume parla:

  199. e nutria contro a' Persi in Maratona

  200. ove Atene sacrò tombe a' suoi prodi,

  201. la virtú greca e l'ira. Il navigante

  202. che veleggiò quel mar sotto l'Eubea,

  203. vedea per l'ampia oscurità scintille

  204. balenar d'elmi e di cozzanti brandi,

  205. fumar le pire igneo vapor, corrusche

  206. d'armi ferree vedea larve guerriere

  207. cercar la pugna; e all'orror de' notturni

  208. silenzi si spandea lungo ne' campi

  209. di falangi un tumulto e un suon di tube

  210. e un incalzar di cavalli accorrenti

  211. scalpitanti su gli elmi a' moribondi,

  212. e pianto, ed inni, e delle Parche il canto.

  213. Felice te che il regno ampio de' venti,

  214. Ippolito, a' tuoi verdi anni correvi!

  215. E se il piloto ti drizzò l'antenna

  216. oltre l'isole egèe, d'antichi fatti

  217. certo udisti suonar dell'Ellesponto

  218. i liti, e la marea mugghiar portando

  219. alle prode retèe l'armi d'Achille

  220. sovra l'ossa d'Ajace: a' generosi

  221. giusta di glorie dispensiera è morte;

  222. né senno astuto né favor di regi

  223. all'Itaco le spoglie ardue serbava,

  224. ché alla poppa raminga le ritolse

  225. l'onda incitata dagl'inferni Dei.

  226. E me che i tempi ed il desio d'onore

  227. fan per diversa gente ir fuggitivo,

  228. me ad evocar gli eroi chiamin le Muse

  229. del mortale pensiero animatrici.

  230. Siedon custodi de' sepolcri, e quando

  231. il tempo con sue fredde ale vi spazza

  232. fin le rovine, le Pimplèe fan lieti

  233. di lor canto i deserti, e l'armonia

  234. vince di mille secoli il silenzio.

  235. Ed oggi nella Troade inseminata

  236. eterno splende a' peregrini un loco,

  237. eterno per la Ninfa a cui fu sposo

  238. Giove, ed a Giove diè Dàrdano figlio,

  239. onde fur Troia e Assàraco e i cinquanta

  240. talami e il regno della giulia gente.

  241. Però che quando Elettra udí la Parca

  242. che lei dalle vitali aure del giorno

  243. chiamava a' cori dell'Eliso, a Giove

  244. mandò il voto supremo: - E se, diceva,

  245. a te fur care le mie chiome e il viso

  246. e le dolci vigilie, e non mi assente

  247. premio miglior la volontà de' fati,

  248. la morta amica almen guarda dal cielo

  249. onde d'Elettra tua resti la fama. -

  250. Cosí orando moriva. E ne gemea

  251. l'Olimpio: e l'immortal capo accennando

  252. piovea dai crini ambrosia su la Ninfa,

  253. e fe' sacro quel corpo e la sua tomba.

  254. Ivi posò Erittonio, e dorme il giusto

  255. cenere d'Ilo; ivi l'iliache donne

  256. sciogliean le chiome, indarno ahi! deprecando

  257. da' lor mariti l'imminente fato;

  258. ivi Cassandra, allor che il Nume in petto

  259. le fea parlar di Troia il dí mortale,

  260. venne; e all'ombre cantò carme amoroso,

  261. e guidava i nepoti, e l'amoroso

  262. apprendeva lamento a' giovinetti.

  263. E dicea sospirando: - Oh se mai d'Argo,

  264. ove al Tidíde e di Läerte al figlio

  265. pascerete i cavalli, a voi permetta

  266. ritorno il cielo, invan la patria vostra

  267. cercherete! Le mura, opra di Febo,

  268. sotto le lor reliquie fumeranno.

  269. Ma i Penati di Troia avranno stanza

  270. in queste tombe; ché de' Numi è dono

  271. servar nelle miserie altero nome.

  272. E voi, palme e cipressi che le nuore

  273. piantan di Priamo, e crescerete ahi presto

  274. di vedovili lagrime innaffiati,

  275. proteggete i miei padri: e chi la scure

  276. asterrà pio dalle devote frondi

  277. men si dorrà di consanguinei lutti,

  278. e santamente toccherà l'altare.

  279. Proteggete i miei padri. Un dí vedrete

  280. mendico un cieco errar sotto le vostre

  281. antichissime ombre, e brancolando

  282. penetrar negli avelli, e abbracciar l'urne,

  283. e interrogarle. Gemeranno gli antri

  284. secreti, e tutta narrerà la tomba

  285. Ilio raso due volte e due risorto

  286. splendidamente su le mute vie

  287. per far piú bello l'ultimo trofeo

  288. ai fatati Pelídi. Il sacro vate,

  289. placando quelle afflitte alme col canto,

  290. i prenci argivi eternerà per quante

  291. abbraccia terre il gran padre Oceàno.

  292. E tu onore di pianti, Ettore, avrai,

  293. ove fia santo e lagrimato il sangue

  294. per la patria versato, e finché il Sole

  295. risplenderà su le sciagure umane.

 

“Siano rispettati i diritti dei Mani” massima di Cicerone. I Manes sono le anime dei defunti

 

Il sonno [eterno] della morte è forse meno

doloroso all’ombra dei cipressi e dentro le

tombe [nei camposanti] consolate dal pianto [dei vivi]?

Quando il sole non fecondi più sulla terra

ai miei occhi per questa bella popolazione di piante e di animali, e quando davanti a me non danzeranno

[non si mostreranno] le ore future, attraenti di belle promesse,

né udirò più [recitare] da te, dolce amico [Pindemonte], i [tuoi] versi

e l’armonia malinconica che li ispira, né più mi parlerà

nel cuore l’interesse nella mia vita

da esule [quando sarò morto],

quale consolazione sarà per i giorni perduti [per la vita finita]

un sasso [la lapide sepolcrale] che distingua

le mie [ossa] dalle infine ossa che la morte sparge in terra e in mare?

È proprio vero Pindemonte! anche la speranza,

ultima dea, fugge le tombe e la dimenticanza circonda tutte le cose nella sua tenebra; e una forza attiva le trasforma incessantemente di movimento in movimento; e il tempo tramuta sia l’uomo sia le sue tombe

sia le ultime tracce sia ciò che è stato risparmiato [provvisoriamente] dalla terra e dal cielo.

Ma perché l’uomo dovrebbe negare prima del tempo a sé

l’illusione che [una volta] morto lo trattiene [gli fa

credere di fermarsi] ancora sulle soglie dell’oltretomba?

Egli [l’uomo da morto] non vive forse anche sotto terra, quando [pure]sarà [divenuta] per lui impercettibile l’attrattiva della vita se può risvegliarla [l’armonia del giorno, cioè la vita perduta] nella mente dei suoi [cari] con nobili preoccupazioni? Questa corrispondenza di sentimenti amorosi è divina, è una dote divina negli uomini; e grazie a essa spesso si vive [ci si illude di vivere] con l’amico morto e il morto [vive] con noi, se la sacra terra che lo ha accolto neonato e lo ha nutrito, offrendo[gli] l’ultimo asilo (albergo-luogo dove dimorare) nel suo grembo materno, renda intoccabili i [suoi] resti dalle offese degli agenti atmosferici e dal piede profanatore degli uomini, e un sasso[la pietra sepolcrale] conservi il nome, e un albero amico profumato di fiori consoli le ceneri[del defunto] con le [sue]ombre gradevoli.

Solamente chi non lascia eredità di affetti [chi muore senza legami affettivi] ha poca gioia nella tomba; e se solo guarda [immagina]

oltre la [propria] sepoltura, vede la propria anima vagabondare in mezzo al dolore dei luoghi infernali, o rifugiarsi sotto

le grandi ali del perdono di Dio: ma lascia i suoi

resti [ceneri] alle ortiche di una terra deserta

dove non prega [nessuna] donna innamorata,

né [alcun] passante solitario ode il sospiro

che la natura manda a noi dalla tomba.

Tuttavia una nuova legge [l’editto di Saint-Cloud]

oggi impone [che] le tombe [siano] fuori dagli sguardi pietosi [fuori dai centri abitati], e nega la fama ai morti.

E giace senza tomba il tuo sacerdote, o Talia,

che poetando per te coltivò con lungo amore un lauro

nella sua povera casa, e ti consacrò molte opere;

e tu abbellivi del tuo sorriso [della tua armonia] le sue

poesie che criticavano i viziosi aristocratici lombardi,

ai quali procura piacere solo il muggito dei buoi

che dalle stalle dell’Adda e dal Ticino

lo rendono beato di ozi e e vivande. Dove sei tu? O bella Musa

fra queste piante dove io siedo e ricordo

con desiderio la mia casa materna non sento

profumare l’ambrosia, indizio della tua divinità. Eppure tu venivi e sorridevi a lui [Parini] sotto quel tiglio che ora con fronde tristi va fremendo, o Dea, perché non copre la tomba del vecchio [Parini] al quale in passato era generosa di pace e di ombra.

Forse tu [Musa] cerchi vagando fra le tombe umili

dove dorma [dove sia sepolta] la sacra

testa del tuo Parini? La città [Milano], immorale,

 appassionata di cantanti castrati, non pose

in suo onore alberi tra le sue mura,

né lapidi, né iscrizioni; e forse il ladro che scontò sul patibolo i delitti gli insanguina le ossa con la testa mozzata.

[Tu Musa], senti raspare fra le macerie [i tumuli mortuari]

e gli sterpi la cagna randagia che va errando

sulle fosse e ululando famelica; e [senti, cioè vedi]

l’upupa uscire dal teschio, dove fuggiva la [luce della] luna,

e [la vedi] svolazzare intorno alle croci sparse

per il camposanto e [senti] l’uccello immondo [l’upupa]

rimproverare con il [suo] verso funebre i raggi dei quali

le stelle si mostrano pietose verso le sepolture dimenticate.

O Dea, preghi inutilmente [che] sul tuo poeta [Parini]

[cadano] rugiade dalla notte tetra. Ahi! Sui morti non sorge [nessun] fiore, quando non sia onorato da lodi umane

e da pianto affettuoso.

Dal giorno che nozze e tribunali [giustizia] e altari [religione, cioè la civiltà] spinsero le belve umane [gli uomini primitivi] ad essere pietose verso se stesse e verso gli altri, i viventi sottraevano all’aria malvagia e alle fiere i miseri resti [i corpi dei morti] che la natura destina ad altre forme con incessanti trasformazioni.

Le tombe erano testimonianza delle glorie [familiari],

e altari per i figli [discendenti]; e da esse

uscivano i responsi dei Lari domestici, e il giuramento [fatto]

sulle tombe degli avi fu considerato sacro [e questa fu una]

religione che le virtù civili e il rispetto dei congiunti

tramandarono con riti diversi per lungo susseguirsi di anni.

Non sempre le lapidi sepolcrali fecero [da] pavimento alle chiese; né [sempre] il puzzo dei cadaveri mescolato agli incensi

contaminò i devoti; né le città furono [sempre]

rattristate da scheletri disegnati: le madri

scattano nel sonno terrorizzate, e tendono

le nude braccia sulla testa amata

del loro caro lattante così che non lo svegli

il gemere prolungato di una persona morta

che chiede agli eredi le preghiere a pagamento

[effettuate] dalla chiesa. Ma [anticamente] cipressi e cedri,

riempiendo l’aria di puri profumi, stendevano

sulle tombe il verde perenne [delle loro fronde]

per eterna memoria, e vasi preziosi raccoglievano

le lagrime offerte in voto.

Gli amici [del defunto] rapivano una scintilla al sole [accendevano una lampada] per illuminare la notte sotterranea, perché gli occhi dell’uomo morendo cercano il sole; e tutti i petti [dei moribondi] rivolgono l’ultimo sospiro alla luce fuggente.

Versando acque purificatrici, le fontane facevano

crescere amaranti e viole sul tumulo mortuario;

e chi sedeva [sulle tombe] a versare latte e a

raccontare le sue pene ai cari estinti sentiva intorno

un profumo come dell’aria dei beati Elisi.

[Questa è] un’illusione benefica che rende care

alle giovani inglesi i giardini dei cimiteri attorno alle città,

dove le conduce l’amore della madre perduta [morta],

dove pregarono i Geni di concedere il ritorno

al valoroso che troncò dell’albero maestro

la nave conquistata.

Ma dove [invece] l’eroismo di gesta nobili è spento

e la ricchezza e la vita siano guide alla vita civile,

cippi e monumenti di marmo sorgono [quali] inutile ostentazione 

e [quali]funeste immagini dell’oltretomba.

Il popolo intellettuale e quello ricco e quello nobile,

adornamento e guida per il bel regno italico,

ha già la sua tomba da vivo nelle regge oggetto di adulazione,

e [come]unica lode [ha]gli stemmi [nobiliari].

La morte prepari [invece] a me un ricovero sereno

quando un giorno la sorte cessi di perseguitarmi

e gli amici raccolgano non eredità di tesori,

ma sentimenti appassionati e

l’esempio di una poesia libera.

Le tombe dei grandi spingono a nobili imprese

gli animi grandi, o Pindemonte e rendono

al [giudizio del] forestiero bella e santa la terra

che le contiene. Io quando vidi il monumento [la chiesa di S.Croce a Firenze] dove riposa il corpo di quel grande [Machiavelli]

che, temprando lo scettro  ai potenti [fingendo di insegnare loro le tecniche del potere], ne sfronda gli allori [la gloria], e svela alle genti di quali lagrime e di quale sangue [di quanto dolore] grondi [il potere]; e la tomba di colui [Michelangelo] che in Roma innalzò agli dei un nuovo Olimpo [la cupola di San Pietro]; e la tomba di colui che [Galileo] vide ruotare vari pianeti sotto la volta celeste, e il sole irraggiarli [stando] immobile, così che aprì per primo le vie del firmamento inglese [:Newton] che [poi] vi avanzò profondamente;

esclamai “beata te” [Firenze], per l’aria felice [e]

piena di vita, per le acque che l’Apennino fa

scorrere verso di te dalle sue montagne!

La luna, lieta della tua aria, ricopre di luce

limpidissima i tuoi colli, festanti per la vendemmia;

e le valli circostanti popolate di case e di oliveti,

mandano verso il cielo mille profumi di fiori.

Tu [Firenze], inoltre, hai udito per prima il poema [la divina commedia] che rallegrò [consolò] l’ira al ghibellino esule [Dante],

e tu hai dato i cari genitori e la lingua a quella dolce

voce di Calliope, che adornando di un velo candidissimo

l’amore, [il quale era] nudo in Grecia e nudo in Roma, [lo] restituì in braccio a Venere celeste;

ma [sei] più beata [ancora, tu] che raccolte

in un’unica chiesa conservi le glorie italiane,

forse le uniche [rimaste] da quando le Alpi

indifese e l’onnipotenza delle alterne

sorti umane ti hanno sottratto le armi

e le ricchezze e tutto [il resto],

tranne la memoria [della passata grandezza].

E spesso Vittorio [Alfieri] venne ad ispirarsi

presso questi marmi [le tombe di Santa Croce].

Irato con il destino della patria, vagava silenzioso

dove l’Arno è più deserto, osservando desideroso i campi

e il cielo; e poiché nessun aspetto vivente gli addolciva l’ansia,

[egli], severo, si fermava qui; e sul volto aveva

il pallore della morte e la speranza.

[Alfieri] abita [è sepolto] in eterni con questi grandi: e le ossa

emanano amore di patria. Ah si! Un Dio parla di quella pace

sacra e ispirò il valore e l’ira dei greci contro

i persiani in Maratona, dove Atene

consacrò le tombe ai suoi prodi. Il navigatore

che navigò a vela quel mare [l’Egeo]

sotto [l’isola] Eubea, vedeva

nella vastità buia balenare scintille di elmi

e di spade che si scontrano, [vedeva]

le pire [per bruciare i cadaveri] fumare vapore di fuoco,

[vedeva] fantasmi di guerrieri lampeggianti di armi

di ferro cercare lo scontro; e nell’orrore dei silenzi notturni

si spargeva nei campi un lungo frastuono di eserciti e un suono di trombe e un [rumore prodotto dall’] incalzare di cavalli che corrono scalpitando sugli elmi dei moribondi, e pianto, ed inni, e il canto della Parche. O Ippolito, felice te, che ai tuoi verdi

anni [nella giovinezza] percorrevi l’ampio regno dei venti!

E se il pilota rivolse la tua nave oltre le isole Egèe, certo

udisti le coste dell’Ellesponto [ri]suonare di antichi fatti, e

[udisti] la corrente rimbombare portando

le armi di Achille alle coste del Capo Reteo

sopra le ossa di Aiace: la morte è giusta

dispensatrice di gloria verso i valorosi;

né l’astuta intelligenza, né il favore dei re

conservavano a Ulisse le difficili spoglie [le armi di Achille],

poiché l’onda incitata dagli dei dell’oltretomba le ritolse

alla nave errabonda.

E le Muse, animatrici del pensiero umano, chiamano me ad

evocare gli eroi [greci], me che i tempi [malvagi] e

il desiderio di onore fanno andare esule fra popolazioni diverse.

Le Muse siedono [quali] custodi dei sepolcri,

e quando il tempo con le sue fredde ali vi distrugge

perfino le rovine, [esse] allietano i deserti

con il loro canto, e l’armonia supera

il silenzio di mille secoli.

E oggi nella Troade desertica splende

eternamente [davanti] ai viaggiatori un luogo

eterno per la ninfa [Elettra] di cui Giove fu sposo

e [che] diede a Giove il figlio Dàrdano,

da cui derivano Troia e Assàraco e i cinquanta

figli sposati [di Priamo] e il regno della popolazione discendente da Iulo [i Romani]. Infatti quando Elettra udì la parca che la chiamava dalle vitali brezze della luce [dalla vita] [per andare] alle danze dell’Eliso [nell’oltretomba], rivolse a Giove l’ultima preghiera: E se – diceva - a te furono cari i miei capelli e il [mio] viso

e le dolci veglie [d’amore], e la volontà del destino

non mi concede premio migliore [della morte],

almeno proteggi dal cielo l’amante morta [la sua tomba],

così che resti memoria della tua Elettra.

Così pregando moriva. E l’Olimpo [Giove] piangeva di ciò;

e la testa immortale [di Giove ] chinandosi

spandeva dai capelli ambrosia sulla ninfa, e

fece sacri quel corpo e la sua tomba. Qui si riposò Erittonio,

e riposano i resti del giusto Ilo; qui le donne troiane

scioglievano i capelli inutilmente – ahi! - pregando

di allontanare l’imminente destino [la morte] dai loro manti;

qui venne Cassandra, quando il dio [Apollo] [entratole]in petto le faceva predire il giorno mortale; e cantò una profezia appassionata ai morti e [vi] guidava i nipoti, e insegnava ai giovanetti il lamento amoroso.

E [Cassandra] diceva sospirando [ai nipoti] “ O se mai

il cielo permetta a voi di ritornare da Argo [dalla Grecia] dove pascerete i cavalli [sarete schiavi] per Diomede e

per il figlio di Laerte [Ulisse], invano cercherete

la vostra patria! Le mura, opera di Apollo,

fumeranno sotto le loro macerie.

Ma i Penati di Troia avranno dimora in queste tombe;

perché è un dono degli dei conservare

un nome elevato [anche] nelle miserie.

E voi palme e cipressi che le nuore

di Priamo piantano, e [che] crescerete presto – ahi!-

innaffiati di lacrime vedovili, proteggete i miei avi:

e chi, pietoso, asterrà la scure dalle fronde sante

si addolorerà meno di lutti di parenti

e toccherà santamente l’altare. Un giorno vedrete

un cieco mendicante [Omero] aggirarsi sotto le vostre

ombre antichissime, e penetrare nei loculi a tentoni,

e abbracciare le urne, e interrogarle.

Le cavità nascoste gemeranno,

e tutte le tombe narreranno di Troia,

distrutta due volte e due risorta

splendidamente sulle vie silenziose

per rendere più bella la vittoria finale

ai figli di Peleo [Achille e Pirro, cioè i greci] mandati dal fato.

Il sacro poeta [Omero], consolando con la poesia

quelle anime afflitte, eternerà i principi greci

per tutte le terre che il gran padre oceano circonda.

E anche tu Ettore, avrai l’onore del pianto

ovunque sarà [considerato] santo e degno di lagrime il sangue

versato per la patria [dovunque vi sarà civiltà], e finché il sole risplenderà sulle sciagure umane [finché durerà l’uomo].

 

   

 

 

 

 

Tema: Epistola in versi (destinatario: Pindemonte, poeta neo-classico, autore di poesie di gusto cimiteriale)

Occasione: EDITTO DI SAINT-CLOUD (1806 In Italia): Napoleone stabilì: cimiteri fuori dalle città  e nessun titolo nobiliare sulle lapidi (spirito egualitario Rivoluzione francese).

 

Metro: Carme in endecasillabi sciolti.