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Deorum amnium iura sancta sunto
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“Siano rispettati i diritti dei Mani” massima di Cicerone. I Manes sono le anime dei defunti
Il sonno [eterno] della morte è forse meno doloroso all’ombra dei cipressi e dentro le tombe [nei camposanti] consolate dal pianto [dei vivi]? Quando il sole non fecondi più sulla terra ai miei occhi per questa bella popolazione di piante e di animali, e quando davanti a me non danzeranno [non si mostreranno] le ore future, attraenti di belle promesse, né udirò più [recitare] da te, dolce amico [Pindemonte], i [tuoi] versi e l’armonia malinconica che li ispira, né più mi parlerà nel cuore l’interesse nella mia vita da esule [quando sarò morto], quale consolazione sarà per i giorni perduti [per la vita finita] un sasso [la lapide sepolcrale] che distingua le mie [ossa] dalle infine ossa che la morte sparge in terra e in mare? È proprio vero Pindemonte! anche la speranza, ultima dea, fugge le tombe e la dimenticanza circonda tutte le cose nella sua tenebra; e una forza attiva le trasforma incessantemente di movimento in movimento; e il tempo tramuta sia l’uomo sia le sue tombe sia le ultime tracce sia ciò che è stato risparmiato [provvisoriamente] dalla terra e dal cielo. Ma perché l’uomo dovrebbe negare prima del tempo a sé l’illusione che [una volta] morto lo trattiene [gli fa credere di fermarsi] ancora sulle soglie dell’oltretomba? Egli [l’uomo da morto] non vive forse anche sotto terra, quando [pure]sarà [divenuta] per lui impercettibile l’attrattiva della vita se può risvegliarla [l’armonia del giorno, cioè la vita perduta] nella mente dei suoi [cari] con nobili preoccupazioni? Questa corrispondenza di sentimenti amorosi è divina, è una dote divina negli uomini; e grazie a essa spesso si vive [ci si illude di vivere] con l’amico morto e il morto [vive] con noi, se la sacra terra che lo ha accolto neonato e lo ha nutrito, offrendo[gli] l’ultimo asilo (albergo-luogo dove dimorare) nel suo grembo materno, renda intoccabili i [suoi] resti dalle offese degli agenti atmosferici e dal piede profanatore degli uomini, e un sasso[la pietra sepolcrale] conservi il nome, e un albero amico profumato di fiori consoli le ceneri[del defunto] con le [sue]ombre gradevoli. Solamente chi non lascia eredità di affetti [chi muore senza legami affettivi] ha poca gioia nella tomba; e se solo guarda [immagina] oltre la [propria] sepoltura, vede la propria anima vagabondare in mezzo al dolore dei luoghi infernali, o rifugiarsi sotto le grandi ali del perdono di Dio: ma lascia i suoi resti [ceneri] alle ortiche di una terra deserta dove non prega [nessuna] donna innamorata, né [alcun] passante solitario ode il sospiro che la natura manda a noi dalla tomba. Tuttavia una nuova legge [l’editto di Saint-Cloud] oggi impone [che] le tombe [siano] fuori dagli sguardi pietosi [fuori dai centri abitati], e nega la fama ai morti. E giace senza tomba il tuo sacerdote, o Talia, che poetando per te coltivò con lungo amore un lauro nella sua povera casa, e ti consacrò molte opere; e tu abbellivi del tuo sorriso [della tua armonia] le sue poesie che criticavano i viziosi aristocratici lombardi, ai quali procura piacere solo il muggito dei buoi che dalle stalle dell’Adda e dal Ticino lo rendono beato di ozi e e vivande. Dove sei tu? O bella Musa fra queste piante dove io siedo e ricordo con desiderio la mia casa materna non sento profumare l’ambrosia, indizio della tua divinità. Eppure tu venivi e sorridevi a lui [Parini] sotto quel tiglio che ora con fronde tristi va fremendo, o Dea, perché non copre la tomba del vecchio [Parini] al quale in passato era generosa di pace e di ombra. Forse tu [Musa] cerchi vagando fra le tombe umili dove dorma [dove sia sepolta] la sacra testa del tuo Parini? La città [Milano], immorale, appassionata di cantanti castrati, non pose in suo onore alberi tra le sue mura, né lapidi, né iscrizioni; e forse il ladro che scontò sul patibolo i delitti gli insanguina le ossa con la testa mozzata. [Tu Musa], senti raspare fra le macerie [i tumuli mortuari] e gli sterpi la cagna randagia che va errando sulle fosse e ululando famelica; e [senti, cioè vedi] l’upupa uscire dal teschio, dove fuggiva la [luce della] luna, e [la vedi] svolazzare intorno alle croci sparse per il camposanto e [senti] l’uccello immondo [l’upupa] rimproverare con il [suo] verso funebre i raggi dei quali le stelle si mostrano pietose verso le sepolture dimenticate. O Dea, preghi inutilmente [che] sul tuo poeta [Parini] [cadano] rugiade dalla notte tetra. Ahi! Sui morti non sorge [nessun] fiore, quando non sia onorato da lodi umane e da pianto affettuoso. Dal giorno che nozze e tribunali [giustizia] e altari [religione, cioè la civiltà] spinsero le belve umane [gli uomini primitivi] ad essere pietose verso se stesse e verso gli altri, i viventi sottraevano all’aria malvagia e alle fiere i miseri resti [i corpi dei morti] che la natura destina ad altre forme con incessanti trasformazioni. Le tombe erano testimonianza delle glorie [familiari], e altari per i figli [discendenti]; e da esse uscivano i responsi dei Lari domestici, e il giuramento [fatto] sulle tombe degli avi fu considerato sacro [e questa fu una] religione che le virtù civili e il rispetto dei congiunti tramandarono con riti diversi per lungo susseguirsi di anni. Non sempre le lapidi sepolcrali fecero [da] pavimento alle chiese; né [sempre] il puzzo dei cadaveri mescolato agli incensi contaminò i devoti; né le città furono [sempre] rattristate da scheletri disegnati: le madri scattano nel sonno terrorizzate, e tendono le nude braccia sulla testa amata del loro caro lattante così che non lo svegli il gemere prolungato di una persona morta che chiede agli eredi le preghiere a pagamento [effettuate] dalla chiesa. Ma [anticamente] cipressi e cedri, riempiendo l’aria di puri profumi, stendevano sulle tombe il verde perenne [delle loro fronde] per eterna memoria, e vasi preziosi raccoglievano le lagrime offerte in voto. Gli amici [del defunto] rapivano una scintilla al sole [accendevano una lampada] per illuminare la notte sotterranea, perché gli occhi dell’uomo morendo cercano il sole; e tutti i petti [dei moribondi] rivolgono l’ultimo sospiro alla luce fuggente. Versando acque purificatrici, le fontane facevano crescere amaranti e viole sul tumulo mortuario; e chi sedeva [sulle tombe] a versare latte e a raccontare le sue pene ai cari estinti sentiva intorno un profumo come dell’aria dei beati Elisi. [Questa è] un’illusione benefica che rende care alle giovani inglesi i giardini dei cimiteri attorno alle città, dove le conduce l’amore della madre perduta [morta], dove pregarono i Geni di concedere il ritorno al valoroso che troncò dell’albero maestro la nave conquistata. Ma dove [invece] l’eroismo di gesta nobili è spento e la ricchezza e la vita siano guide alla vita civile, cippi e monumenti di marmo sorgono [quali] inutile ostentazione e [quali]funeste immagini dell’oltretomba. Il popolo intellettuale e quello ricco e quello nobile, adornamento e guida per il bel regno italico, ha già la sua tomba da vivo nelle regge oggetto di adulazione, e [come]unica lode [ha]gli stemmi [nobiliari]. La morte prepari [invece] a me un ricovero sereno quando un giorno la sorte cessi di perseguitarmi e gli amici raccolgano non eredità di tesori, ma sentimenti appassionati e l’esempio di una poesia libera. Le tombe dei grandi spingono a nobili imprese gli animi grandi, o Pindemonte e rendono al [giudizio del] forestiero bella e santa la terra che le contiene. Io quando vidi il monumento [la chiesa di S.Croce a Firenze] dove riposa il corpo di quel grande [Machiavelli] che, temprando lo scettro ai potenti [fingendo di insegnare loro le tecniche del potere], ne sfronda gli allori [la gloria], e svela alle genti di quali lagrime e di quale sangue [di quanto dolore] grondi [il potere]; e la tomba di colui [Michelangelo] che in Roma innalzò agli dei un nuovo Olimpo [la cupola di San Pietro]; e la tomba di colui che [Galileo] vide ruotare vari pianeti sotto la volta celeste, e il sole irraggiarli [stando] immobile, così che aprì per primo le vie del firmamento inglese [:Newton] che [poi] vi avanzò profondamente; esclamai “beata te” [Firenze], per l’aria felice [e] piena di vita, per le acque che l’Apennino fa scorrere verso di te dalle sue montagne! La luna, lieta della tua aria, ricopre di luce limpidissima i tuoi colli, festanti per la vendemmia; e le valli circostanti popolate di case e di oliveti, mandano verso il cielo mille profumi di fiori. Tu [Firenze], inoltre, hai udito per prima il poema [la divina commedia] che rallegrò [consolò] l’ira al ghibellino esule [Dante], e tu hai dato i cari genitori e la lingua a quella dolce voce di Calliope, che adornando di un velo candidissimo l’amore, [il quale era] nudo in Grecia e nudo in Roma, [lo] restituì in braccio a Venere celeste; ma [sei] più beata [ancora, tu] che raccolte in un’unica chiesa conservi le glorie italiane, forse le uniche [rimaste] da quando le Alpi indifese e l’onnipotenza delle alterne sorti umane ti hanno sottratto le armi e le ricchezze e tutto [il resto], tranne la memoria [della passata grandezza]. E spesso Vittorio [Alfieri] venne ad ispirarsi presso questi marmi [le tombe di Santa Croce]. Irato con il destino della patria, vagava silenzioso dove l’Arno è più deserto, osservando desideroso i campi e il cielo; e poiché nessun aspetto vivente gli addolciva l’ansia, [egli], severo, si fermava qui; e sul volto aveva il pallore della morte e la speranza. [Alfieri] abita [è sepolto] in eterni con questi grandi: e le ossa emanano amore di patria. Ah si! Un Dio parla di quella pace sacra e ispirò il valore e l’ira dei greci contro i persiani in Maratona, dove Atene consacrò le tombe ai suoi prodi. Il navigatore che navigò a vela quel mare [l’Egeo] sotto [l’isola] Eubea, vedeva nella vastità buia balenare scintille di elmi e di spade che si scontrano, [vedeva] le pire [per bruciare i cadaveri] fumare vapore di fuoco, [vedeva] fantasmi di guerrieri lampeggianti di armi di ferro cercare lo scontro; e nell’orrore dei silenzi notturni si spargeva nei campi un lungo frastuono di eserciti e un suono di trombe e un [rumore prodotto dall’] incalzare di cavalli che corrono scalpitando sugli elmi dei moribondi, e pianto, ed inni, e il canto della Parche. O Ippolito, felice te, che ai tuoi verdi anni [nella giovinezza] percorrevi l’ampio regno dei venti! E se il pilota rivolse la tua nave oltre le isole Egèe, certo udisti le coste dell’Ellesponto [ri]suonare di antichi fatti, e [udisti] la corrente rimbombare portando le armi di Achille alle coste del Capo Reteo sopra le ossa di Aiace: la morte è giusta dispensatrice di gloria verso i valorosi; né l’astuta intelligenza, né il favore dei re conservavano a Ulisse le difficili spoglie [le armi di Achille], poiché l’onda incitata dagli dei dell’oltretomba le ritolse alla nave errabonda. E le Muse, animatrici del pensiero umano, chiamano me ad evocare gli eroi [greci], me che i tempi [malvagi] e il desiderio di onore fanno andare esule fra popolazioni diverse. Le Muse siedono [quali] custodi dei sepolcri, e quando il tempo con le sue fredde ali vi distrugge perfino le rovine, [esse] allietano i deserti con il loro canto, e l’armonia supera il silenzio di mille secoli. E oggi nella Troade desertica splende eternamente [davanti] ai viaggiatori un luogo eterno per la ninfa [Elettra] di cui Giove fu sposo e [che] diede a Giove il figlio Dàrdano, da cui derivano Troia e Assàraco e i cinquanta figli sposati [di Priamo] e il regno della popolazione discendente da Iulo [i Romani]. Infatti quando Elettra udì la parca che la chiamava dalle vitali brezze della luce [dalla vita] [per andare] alle danze dell’Eliso [nell’oltretomba], rivolse a Giove l’ultima preghiera: E se – diceva - a te furono cari i miei capelli e il [mio] viso e le dolci veglie [d’amore], e la volontà del destino non mi concede premio migliore [della morte], almeno proteggi dal cielo l’amante morta [la sua tomba], così che resti memoria della tua Elettra. Così pregando moriva. E l’Olimpo [Giove] piangeva di ciò; e la testa immortale [di Giove ] chinandosi spandeva dai capelli ambrosia sulla ninfa, e fece sacri quel corpo e la sua tomba. Qui si riposò Erittonio, e riposano i resti del giusto Ilo; qui le donne troiane scioglievano i capelli inutilmente – ahi! - pregando di allontanare l’imminente destino [la morte] dai loro manti; qui venne Cassandra, quando il dio [Apollo] [entratole]in petto le faceva predire il giorno mortale; e cantò una profezia appassionata ai morti e [vi] guidava i nipoti, e insegnava ai giovanetti il lamento amoroso. E [Cassandra] diceva sospirando [ai nipoti] “ O se mai il cielo permetta a voi di ritornare da Argo [dalla Grecia] dove pascerete i cavalli [sarete schiavi] per Diomede e per il figlio di Laerte [Ulisse], invano cercherete la vostra patria! Le mura, opera di Apollo, fumeranno sotto le loro macerie. Ma i Penati di Troia avranno dimora in queste tombe; perché è un dono degli dei conservare un nome elevato [anche] nelle miserie. E voi palme e cipressi che le nuore di Priamo piantano, e [che] crescerete presto – ahi!- innaffiati di lacrime vedovili, proteggete i miei avi: e chi, pietoso, asterrà la scure dalle fronde sante si addolorerà meno di lutti di parenti e toccherà santamente l’altare. Un giorno vedrete un cieco mendicante [Omero] aggirarsi sotto le vostre ombre antichissime, e penetrare nei loculi a tentoni, e abbracciare le urne, e interrogarle. Le cavità nascoste gemeranno, e tutte le tombe narreranno di Troia, distrutta due volte e due risorta splendidamente sulle vie silenziose per rendere più bella la vittoria finale ai figli di Peleo [Achille e Pirro, cioè i greci] mandati dal fato. Il sacro poeta [Omero], consolando con la poesia quelle anime afflitte, eternerà i principi greci per tutte le terre che il gran padre oceano circonda. E anche tu Ettore, avrai l’onore del pianto ovunque sarà [considerato] santo e degno di lagrime il sangue versato per la patria [dovunque vi sarà civiltà], e finché il sole risplenderà sulle sciagure umane [finché durerà l’uomo].
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Tema: Epistola in versi (destinatario: Pindemonte, poeta neo-classico, autore di poesie di gusto cimiteriale)Occasione: EDITTO DI SAINT-CLOUD (1806 In Italia): Napoleone stabilì: cimiteri fuori dalle città e nessun titolo nobiliare sulle lapidi (spirito egualitario Rivoluzione francese).
Metro: Carme in endecasillabi sciolti.
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