1. Qual dagli antri marini

  2. L’astro più caro a venere

  3. Co’ rugiadosi crini

  4. Fra le fuggenti tenebre

  5. Appare, e il suo viaggio

  6. Orna col lume dell’eterno raggio;

  7. sorgon così tue dive

  8. membra dall’egro talamo,

  9. e in te beltà rivive,

  10. l’aurea beltate ond’ebbero

  11. ristoro unico a’ mali

  12. le nate a vaneggiar menti mortali.

  13. Fiorir sul caro viso

  14. Veggo la rosa, tornano

  15. I grandi occhi al sorriso

  16. Insidiando, e vegliano

  17. Per te in novelli pianti

  18. Trepide madri, e sospettose amanti.

  19. Le Ore che dianzi meste

  20. Ministre eran de’ farmaci,

  21. oggi l’indica veste

  22. e i monili cui gemmano

  23. effigiati Dei

  24. inclito studio di scalpelli achei,

  25. e i candidi coturni

  26. e gli amuleti recano,

  27. onde a’ cori notturni

  28. te, Dea, mirando obliano

  29. i garzoni le danze,

  30. te principio d’affanni e di speranze:

  31. o quando l’arpa adorni

  32. e co’ novelli numeri

  33. e coì’ molli contorni

  34. delle forme che facile

  35. bisso seconda, e intanto

  36. fra il basso sospirar vola il tuo canto.

  37. più periglioso, o quando

  38. nalli disegni, e l’agile

  39. corpo all’aure fidando,

  40. ignoti vezzi sfuggono

  41. dai manti, e dal negletto

  42. velo scomposto sul sommosso petto.

  43. All’agitarti, lente

  44. Cascan le trecce, nitide

  45. Per ambrosia recente,

  46. mal fide all’aureo pettine

  47. e alla rosea ghirlanda

  48. che or con l’alma salute Aprile ti manda.

  49. Così ancelle d’Amore

  50. A te d’intorno volano

  51. Invidiate l’Ore.

  52. Meste le Grazie mirino

  53. Chi beltà fugace

  54. Ti membra, e il giorno dell’eterna pace.

  55. Mortale guidatrice

  56. D’oceanine vergini,

  57. la parrasia pendice

  58. tenea la casta Artemide,

  59. e fea terror di cervi

  60. lunghi fischiar d’arco cidonio i nervi.

  61. Lei predicò la fama

  62. Olimpia prole; pavido

  63. Diva il mondo la chiama,

  64. e le sacrò l’Elisio

  65. soglio, ed il certo telo,

  66. e i monti, e il carro della luna in cielo.

  67. Are così a Bellona,

  68. un tempo invitta amazzone,

  69. die’ il vocale Elicona;

  70. ella il cimiero e l’egida

  71. or contro l’Anglia avara

  72. e le cavalle e il furor prepara.

  73. E quella a cui di sacro

  74. Mirto te veggo cingere

  75. Devota il simulacro,

  76. che presiede marmoreo

  77. gli arcani tuoi lari

  78. ove a me sol sacerdotessa appari,

  79. regina fu, Citera

  80. e Cipro ove perpetua

  81. odora primavera

  82. regnò beata, e l’isole

  83. che col selvoso dorso

  84. rompono agli euri e al grnade Ionio il corso.

  85. Ebbi in quel mar la culla,

  86. ivi erra ignudo spirito

  87. di Faon la fanciulla,

  88. e se il notturno zeffiro

  89. blando sui flutti spira,

  90. suonano i liti un lamentar di lira:

  91. ond’io, pien del nativo

  92. aer sacro, su l’itala

  93. grave cetra derivo

  94. per te le corde eolie,

  95. e avrai divina i voti

  96. fra gli inni delle insubri nipoti.

 

 

 

Così come dagli abissi (antri) marini appare la stella cara a Venere (l'astro più caro a Venere: Espero) con i suoi raggi simili a chiome stillanti di rugiada tra le tenebre che fuggono e adorna il suo percorso nel cielo con la luce solare, le tue divine membra

 

 

Sorgono dal letto dove giacesti malata (egro talamo), e in te ritorna a vivere la bellezza, la splendida bellezza dalla quale le menti dei mortali, inclini per natura a perdersi in vane follie (vaneggiar), ebbero l’unico conforto ai loro mali.

 

 

Vedo il tuo viso tornare a riprendere il colorito roseo della salute (la rosa), i tuoi occhi tornano ad illuminarsi riacquistando il loro fascino sugli uomini (insidiando); e le madri trepidanti, insieme alle amanti timorose di perdere i propri uomini, tornano a restare nuovamente sveglie a piangere (perchè possa sottrarre loro gli uomini amati)

 

 

 

Le ore della giornata che prima, durante la malattia, ti somministravano tristi la medicina, oggi ti porgono la veste di seta (indica), i monili adorni di cammei su cui sono effigiate divinità classiche, opera preziosa di artisti greci,

 

 

Le bianche scarpette (coturni) da ballo e altri ornamenti, a causa dei quali nelle feste notturne i giovani, contemplando te, causa del loro affanno e delle loro speranze di amore, dimenticano le danze;

 

 

 

 

Sia (o quando)quando suoni l’arpa con nuove armonie (co' novelli numeri) e con il morbido contorno delle tue forme che il bisso aderente asseconda (seconda), e nel frattempo il tuo canto si eleva

 

 

 

 

Più pericoloso tra il sommesso sospirare dei giovani presenti; sia (o quando) quando danzi disegni figure con le membra, e abbandoni all’aria il tuo agile corpo, sfuggono dalla veste e dal velo scomposto sul petto ansimante, bellezze nascoste (ignoti vezzi).

 

 

Mentre ti muovi, le trecce allentate (lente) cadono, lucenti (nitide) a causa degli unguenti spalmati di recente, mal tenute dal pettine dorato e dalla ghirlanda di rose (rosea) che aprile ti dona insieme alla salute che dà vita (alma, nel senso latino di nutriente, vivificatrice).

 

 

 

Così le Ore, ancelle d’amore, volano intorno a te, motivo d'invidia (invidiate, per chi non suscita tanta attenzione di giovani ammiratori). E le grazie guardino sdegnose (meste) chi ti ricorda della fugacità della bellezza (beltà fugace ti membra) e della morte (il giorno dell'eterna pace).

 

La pendice del monte Parrasio fu casa della pura (casta) Artemide, donna mortale guidatrice delle ninfe oceanine e che col suo arco cidonio terrorizzava i cervi (le sessanta vergini oceanine le erano state concesse dal padre Giove, alla nascita; Cidonio è epiteto classico dal nome di Cidone, città cretese famosa per questa forma di artigianato).

 

La fama (cui i poeti hanno dato voce) la proclamò progenie divina (Olimpia prole); impauriti gli umani la chiamano Dea, e le consacrarono l’oltretomba (Elisio soglio, il regno dei campi elisi), le frecce infallibili (certo telo è la 'certa sagitta' di Orazio, la 'freccia infallibile'), i monti e la luna (carro della luna, è raffigurazione classica, parallela a quella del sole, rappresentato con la quadriga di cavalli).

 

Allo stesso modo l'Elicona (il monte sacro alle Muse) sempre risonante dei carmi dei poeti (per questo vocale) conferì onori divini (diede are, 'altari') a Bellona, un tempo amazzone invincibile (invitta) (così, suggerisce Foscolo, interpretando liberamenteil mito, Bellona sarebbe divenuta, per merito dei poeti che l'hanno celebrata, dea della guerra); ella ora prepara l’elmo, lo scudo, i cavalli e il furore contro l’avara Inghilterra.

 

E anche quella dea (cioè Venere), della quale ti vedo cingere con il sacro mirto la statua, che protegge (presiede) marmorea le tue stanze segrete (qui lari ha senso figurato di 'casa') dove a me solo ti presenti nella veste di sacerdotessa,

 

 

fu regina e regnò beata su Citera e Cipro, dove profuma eternamente la primavera, e sulle isole, che con i loro dorsali montuosi coperti di selve si frappongono al flusso dei venti (euri) e alle onde del mar Ionio.

 

 

 

Nacqui in quel mare dove erra lo spirito (ignudo perchè spoglio del corpo) della fanciulla di Faone (cioè della poetessa greca Saffo, innamorata di Faone) e se lo zeffiro notturno soffia dolcemente sulle acque marine, le rive risuonano del lamento della sua lira:

 

 

 

Per cui io, ispirato dall’aria sacra (aer sacro per il ricordo che essa conserva della civiltà greca) della terra natale, traspongo per te nei metri più gravi della poesia italiana (su l'itala grave cetra) la musicalità della poesia greca (le corde eolie) , e così anche tu , divenuta divina, riceverai le offerte votive delle future donne lombarde (insubri, qui vale genericamente per 'italiche') tra il canto dei miei inni.

   

 

 

Tema: L’ode è del 1802. E’ dedicata alla donna amata, Antonietta Fagnani Arese, che è guarita da una malattia e si appresta a rientrare in società.

L’ode si gioca e si sviluppa su un classicismo aulico. Neoclassico è l’uso di un lessico estremamente elevato, il continuo ricorrere a figure retoriche, il gusto per i particolari grecizzanti, quello per i riti paganeggianti o per le personificazioni. Foscolo conduce un ampio discorso filosofico sulla bellezza e sul suo valore. Già ai versi 9-12 viene espressa la funzione rasserenatrice della bellezza sugli animi degli uomini. Nella seconda parte dell’ode si insiste invece sul valore eternatore della bellezza. Foscolo fonda il suo discorso partendo da una riflessione razionalistica su alcuni miti greci: Artemide, Bellona e Venere non erano altro che donne mortali, ma sono state consacrate come dee proprio grazie alla loro fama. L’eternità della bellezza è dunque un’illusione, ma è proprio grazie ad essa che quelle donne sono state consacrate all’immortalità. Ciò che consente alla bellezza l’eternità è la poesia ed ecco che nelle ultime due strofe il poeta si sofferma sul valore eternatore dei versi, attraverso i quali la bellezza può rendere eterne le cose contingenti. Foscolo si pone anche come il realizzatore di un importante compito, quello di far vivere nella poesia italiana contemporaneamente lo spirito della lirica greca, Foscolo, in virtù delle sue origini greche, ritiene di poter far rivivere il paradiso perduto della classicità. Egli grazie ai suoi versi potrà trasfigurare la donna in una dea, vincendo i limiti mortali. Il mito della bellezza ha dunque la funzione di vincere il tempo e le forze distruttrici che operano nel mondo e di fissare il reale in una dimensione assoluta, superando le incessanti trasformazioni a cui le cose contingenti non possono sottrarsi.

 

Forma metrica: Ode esastica di 16 stanze. Le strofe sono formate da cinque settenari, alternativamente piani e sdruccioli, a cui segue un endecasillabo che rima, in rima baciata, col settenario precedente (schema metrico: abacdD)

Il testo è di tipo descrittivo-celebrativo. L’endecasillabo aumenta il livello descrittivo mentre il settenario aumenta quello poetico.